16 ottobre 1793.
Le ultime ore di Maria Antonietta
Parigi, mercoledì 16 ottobre 1793. È ancora notte quando Maria Antonietta ascolta la sentenza che la condanna a morte. Sono circa le quattro del mattino. Il processo, iniziato il 14 ottobre davanti al Tribunale rivoluzionario, si è concluso dopo due giornate di interrogatori, deposizioni e accuse. La donna che un tempo era stata regina di Francia, ormai indicata semplicemente come «vedova Capeto», è stata riconosciuta colpevole di cospirazione contro la Repubblica e condannata alla ghigliottina.
La sentenza rappresenta l'atto conclusivo di una vicenda politica assai più complessa. Ancora pochi mesi prima, Maria Antonietta costituiva per il governo rivoluzionario una possibile risorsa diplomatica. La sua appartenenza alla dinastia degli Asburgo avrebbe potuto favorire un negoziato con l'Austria, permettendo alla Repubblica di ottenere concessioni e indebolire la coalizione antifrancese. Erano stati avviati contatti e avanzate proposte, ma nessuna aveva prodotto risultati concreti. Nell'autunno del 1793, con il progressivo irrigidimento della politica rivoluzionaria, l'ipotesi di uno scambio era stata definitivamente accantonata.
Il processo, inoltre, aveva assunto un significato che oltrepassava le responsabilità personali dell'imputata. Maria Antonietta era stata accusata di aver favorito gli interessi dell'Austria, mantenuto rapporti con le potenze nemiche e contribuito alla controrivoluzione. Alcune accuse trovavano fondamento nei suoi effettivi contatti con le corti straniere; altre derivavano da una propaganda ostile che, da anni, la rappresentava come responsabile di ogni disgrazia della Francia.
Alla donna accusata di tradimento si era progressivamente sovrapposta l'immagine di una regina moralmente corrotta, costruita attraverso libelli diffamatori e caricature.
Durante il processo si era arrivati persino ad accusarla di incesto con il figlio Luigi Carlo, sulla base delle dichiarazioni attribuite al bambino. Maria Antonietta aveva respinto l'accusa, appellandosi alla dignità di madre e rivolgendosi alle donne presenti nell'aula. Era stato uno dei momenti più drammatici del dibattimento, nel quale l'ostilità politica aveva assunto i caratteri di una vera e propria aggressione personale.
Nelle prime ore del 16 ottobre tutto questo è ormai concluso.
La sentenza è stata pronunciata e non esiste più alcuna possibilità di salvezza.
Ricondotta nella sua cella alla Conciergerie, Maria Antonietta sa che le restano soltanto poche ore di vita. Alle quattro e mezza prende carta e penna e comincia a scrivere una lettera alla cognata, Madame Élisabeth, sorella di Luigi XVI. È il suo ultimo scritto conosciuto, un documento straordinario che permette di avvicinarsi alla dimensione più intima di quelle ore.
Non è una lettera politica, né una difesa del proprio operato. Maria Antonietta comunica di essere stata condannata e si prepara alla morte. Il suo pensiero va soprattutto ai figli, dai quali è stata separata. Esorta Élisabeth a prendersi cura di loro e raccomanda che non cerchino vendetta per la morte dei genitori. Il futuro di Luigi Carlo e Maria Teresa le appare ormai completamente incerto. Soltanto durante il processo, scrive, ha appreso che anche la figlia è stata separata dalla zia.
Nella lettera affiora anche il dolore per la lontananza dalle persone amate. Maria Antonietta avrebbe voluto abbracciare ancora una volta i figli, ma sa che non le sarà concesso. Non vedrà più né Luigi Carlo, rinchiuso al Tempio e affidato alla sorveglianza del calzolaio Simon, né Maria Teresa, che rimane prigioniera nella stessa fortezza.
La lettera non giungerà mai nelle mani di Madame Élisabeth. Anche lei sarà ghigliottinata, il 10 maggio 1794, senza aver potuto leggere le ultime parole della cognata.
Le ore successive trascorrono nell'attesa. Non possediamo una cronaca continua e attendibile di ogni momento, ma le testimonianze concordano nel descrivere una donna profondamente segnata dalla prigionia. Maria Antonietta ha trentasette anni, ne compirebbe trentotto il 2 novembre. La permanenza al Tempio, il trasferimento alla Conciergerie, la separazione dai figli e le lunghe udienze hanno aggravato condizioni fisiche già precarie. I capelli sono ormai quasi completamente bianchi e il volto appare invecchiato.
La distanza dalla giovane arciduchessa che, nel maggio del 1770, aveva lasciato Vienna per sposare il futuro Luigi XVI sembra immensa. Allora aveva soltanto quattordici anni e il matrimonio suggellava un'alleanza tra due grandi dinastie europee. Ora quella stessa origine austriaca è diventata una delle principali ragioni dell'ostilità nei suoi confronti.
Verso le dieci del mattino hanno inizio gli ultimi preparativi per l'esecuzione. Gli orari di questi momenti non sono documentati con assoluta precisione, ma le ricostruzioni collocano nella tarda mattinata l'arrivo degli incaricati della giustizia rivoluzionaria.
A Maria Antonietta vengono tagliati i capelli sulla nuca e legate le mani dietro la schiena. Indossa un semplice abito bianco, con un fazzoletto di mussola sul petto e una cuffia chiara a coprirle il capo. È un abbigliamento lontanissimo dai sontuosi abiti di corte con i quali era stata raffigurata nei ritratti ufficiali, ma che diventerà parte integrante dell'iconografia delle sue ultime ore.
Non le è concesso il privilegio di raggiungere il patibolo in una carrozza chiusa, come era avvenuto per Luigi XVI il 21 gennaio precedente. La attende una comune carretta utilizzata per il trasporto dei condannati.
Secondo la ricostruzione dello storico Georges Lenotre, Maria Antonietta lascia la Conciergerie intorno alle undici e dieci. Attraversa la Cour du Mai e sale sulla carretta. Accanto a lei prende posto l'abbé Girard, un sacerdote costituzionale incaricato di accompagnarla, ma del quale non accetta l'assistenza spirituale.
Il corteo si mette lentamente in movimento, circondato da una numerosa scorta della Guardia nazionale.
Parigi è già in fermento. La notizia della condanna si è diffusa e lungo il percorso si raduna una folla desiderosa di assistere al passaggio dell'ex regina. La carretta attraversa la città e percorre rue Saint-Honoré, una delle grandi arterie della capitale. Si levano insulti, grida e canti rivoluzionari. Alcuni osservano in silenzio, altri manifestano apertamente la propria ostilità.
Per molti parigini quella donna rappresenta ancora tutto ciò che la Rivoluzione ha combattuto: i privilegi della nascita, il lusso della corte, il potere dinastico e una monarchia considerata responsabile delle sofferenze del popolo. Per altri, invece, la vista di una donna sola, privata di ogni dignità regale e condotta pubblicamente alla morte, non può che suscitare impressione.
È durante questo tragitto che la tradizione colloca il celebre schizzo attribuito a Jacques-Louis David. L'artista avrebbe osservato il passaggio della carretta da una finestra lungo rue Saint-Honoré, fissando sulla carta l'immagine dell'ex sovrana. Maria Antonietta è ritratta di profilo, seduta, con le mani legate dietro la schiena, il busto eretto e il volto segnato dalla stanchezza. Il disegno, la cui attribuzione e le precise circostanze di realizzazione sono state discusse, rimane una delle rappresentazioni più celebri dell'ultimo viaggio.
L'immagine è lontanissima dai ritratti di Élisabeth Vigée Le Brun, che avevano immortalato Maria Antonietta negli anni dello splendore di Versailles. Non ci sono più la seta, i gioielli e le elaborate acconciature che avevano contribuito a costruire l'immagine pubblica della sovrana. Rimane soltanto una donna che attraversa la città verso il luogo della propria esecuzione.
Poco dopo mezzogiorno la carretta raggiunge Place de la Révolution, l'attuale Place de la Concorde. È la stessa piazza nella quale, nove mesi prima, era stato ghigliottinato Luigi XVI. Al centro dello spazio si innalza il patibolo, circondato dai soldati e da una folla numerosa.
Maria Antonietta scende dalla carretta e si avvicina ai gradini. Le testimonianze la descrivono mentre sale sul patibolo senza opporre resistenza. Un aneddoto divenuto celebre racconta che, pestando accidentalmente un piede al boia, gli abbia rivolto un'ultima frase di scusa. Il particolare, tramandato da ricostruzioni successive, non può tuttavia essere considerato documentato con certezza.
Alle 12:15 del 16 ottobre 1793, la lama della ghigliottina pone fine alla vita di Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena.
Ha trentasette anni. Sono trascorse poco più di otto ore dalla pronuncia della sentenza.
Come avveniva abitualmente durante le esecuzioni pubbliche, la testa viene mostrata alla folla. Il corpo di Maria Antonietta sarà trasportato al cimitero della Madeleine, dove verrà sepolto in una fossa senza monumento funebre. Soltanto nel 1815, durante la Restaurazione borbonica, i resti attribuiti a lei e a Luigi XVI saranno riesumati e trasferiti nella basilica di Saint-Denis, tradizionale luogo di sepoltura dei sovrani francesi.
La morte di Maria Antonietta assume un significato politico differente da quello dell'esecuzione del marito. Luigi XVI era stato il sovrano regnante, e la sua condanna aveva sancito simbolicamente l'affermazione della sovranità nazionale contro quella monarchica. Maria Antonietta, invece, non aveva esercitato formalmente la sovranità.
Era stata regina consorte, moglie del re e madre dell'erede al trono.
La sua esecuzione non modificava l'assetto istituzionale della Repubblica, ma colpiva ciò che ancora sopravviveva, nell'immaginario collettivo, dell'antico sistema dinastico.
Attraverso di lei veniva condannata anche l'Europa delle monarchie, delle alleanze matrimoniali e dei legami di sangue tra le grandi famiglie regnanti. La donna austriaca che nel 1770 era giunta in Francia per consolidare l'alleanza tra Borbone e Asburgo moriva ventitré anni dopo come nemica della nazione che avrebbe dovuto rappresentare.
Il 16 ottobre 1793 si concludeva così una vicenda umana e politica segnata da contraddizioni profonde. Maria Antonietta non era stata estranea alle scelte e alle iniziative con cui la monarchia aveva cercato di contrastare la Rivoluzione. Ma la sua condanna era stata anche il risultato di un processo nel quale le responsabilità politiche si erano intrecciate con una lunga campagna di delegittimazione personale, alimentata da pregiudizi contro la sua origine straniera, il suo ruolo di donna e la sua appartenenza alla dinastia regnante.
Tra le quattro del mattino e mezzogiorno, Maria Antonietta aveva scritto la sua ultima lettera, lasciato per sempre la Conciergerie e attraversato quella Parigi che un tempo l'aveva celebrata come regina.
Otto ore per concludere una vita. Ventitré anni per trasformare una giovane arciduchessa, arrivata in Francia come simbolo di un'alleanza dinastica, in una delle figure più controverse e tragiche della Rivoluzione francese.
Cosa avrebbe Oscar se avesse assistito a quella scena?
Se avesse visto Maria Antonietta, sua amica e un tempo la sua regina, salire sul quel carretto che la portava morire, quali sarebbero stati i suoi pensieri?


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