Dagli splendori di Versailles alla lama - gli ultimi istanti della "Vedova Capeto"

Mentre la "vedova Capeto" si avvicina a Place de la Révolution, la folla inizia a rumoreggiare. È un'umanità impaziente, curiosa, che si spinge e si accalca per vederla passare, per assistere al momento in cui scenderà dal carretto e inizierà la sua salita verso la lama.

Quella figura minuta, dai capelli cortissimi e la veste umile, avanza con sicurezza. Non vi è arroganza nei suoi passi, ma una serena rassegnazione. Inciampa per errore nel piede del boia, si scusa con compostezza, e un istante dopo mani salde la afferrano. La fanno sdraiare sull'asse di legno, bloccandole il collo nell'incavo della bigotta.

In quel secondo, la vedova Capeto sente l'umido del sangue di chi l'ha preceduta. Sa che a breve il suo si mischierà a quello di chissà quanti altri.

La folla grida, qualcuno la insulta, altri rimangono in silenzio. 

Era davvero quello il volto del "mostro di Francia"?

Senza preavviso, la lama cala. Era il 16 ottobre 1793. L'ultima regina di Versailles moriva sotto la lama della ghigliottina, la macchina pensata quattro anni prima per garantire un'unica morte, uguale per tutti, senza più distinzione di rango.



Joseph-Ignace Guillotin e la morte equa

Nato a Saintes il 28 maggio 1738 e figlio di un avvocato, Joseph-Ignace Guillotin compie i suoi primi studi presso i gesuiti, riceve gli ordini minori e insegna per qualche anno in un collegio. Poi, la svolta: abbandona la via ecclesiastica per dedicarsi alla scienza, laureandosi in medicina a Reims nel 1768. 

È un uomo dei Lumi nel senso più pieno del termine. Un razionalista e un riformatore, intimamente convinto che 

la ragione debba correggere ogni crudeltà rimasta in eredità dai secoli bui.

Nel 1789, Guillotin viene eletto tra i dieci deputati di Parigi per il Terzo Stato agli Stati Generali. Secondo la tradizione, è proprio lui a suggerire ai colleghi di occupare la sala della Pallacorda quando trovano le porte dell'Assemblea sbarrate — un gesto che darà vita al celebre Giuramento del 20 giugno. 

È già, insomma, un protagonista assoluto della Rivoluzione, prima ancora di legare il proprio nome a ciò per cui verrà tragicamente ricordato.

Pochi mesi dopo, il 10 ottobre 1789, Guillotin sale al podio dell'Assemblea con una proposta di riforma del diritto penale. 

La sua idea è semplice e lineare: se dopo i gloriosi eventi dell'estate del 1789 l'unica parola d'ordine che deve guidare la nazione in ogni suo aspetto è UGUAGLIANZA, allora questo principio deve applicarsi anche nell'ora della morte.

Il dottor Guillotin propone che la pena, per lo stesso reato, sia identica per chiunque, senza riguardo al rango del condannato. Fino a quel giorno, la Francia aveva gestito le esecuzioni come un privilegio graduato la spada o la scure per i nobili (una morte rapida e considerata "onorevole"); la corda, il rogo o la ruota per tutti gli altri, con agonie che duravano ore, offerte come macabro spettacolo alla folla.

Guillotin chiede una sola morte per tutti: rapida, meccanica, senza sofferenza aggiunta.

Il dibattito sull'abolizione

In Assemblea, prendendo spunto dall'opera di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, un deputato osa persino fare un passo ulteriore. Louis-Michel Lepeletier de Saint-Fargeau propone infatti l'abolizione totale della pena di morte.

Per ironia della sorte, tra i pochissimi che sostengono questa mozione abolizionista c'è un giovane Maximilien Robespierre — sì, proprio colui che, divenuto il volto del Terrore pochi anni più tardi, ordinerà migliaia di esecuzioni eseguite proprio con la macchina di Guillotin.

Ovviamente, la proposta abolizionista cade nel vuoto. L'Assemblea, il 1° giugno 1791, vota a stragrande maggioranza per mantenere la pena capitale. Semplicemente, sceglie di renderla più equa.

La nascita della "Louison" e la condanna di un nome

Guillotin, in verità, non voleva il massacro che ne seguì. Voleva l'esatto contrario: meno sofferenza e una giustizia cieca davanti allo status sociale. Inoltre, la macchina che nacque dalla sua proposta non fu opera sua: a progettarla fu il chirurgo Antoine Louis, mentre a costruirla materialmente fu un artigiano tedesco, Tobias Schmidt.

All'inizio, il marchingegno riceve un altro nome: "Louison" o "Louisette", proprio in omaggio al chirurgo Louis. Ma è il popolo, con la sua ironia spiccia e dissacrante, a ribattezzarla definitivamente con il nome del deputato che ne aveva perorato la causa in Assemblea: Ghigliottina.

La macchina della morte equa entra in funzione nel 1792 e, da quel momento, non si fermerà più per anni.

Il dottor Guillotin non riderà mai di quell'ironia popolare. Passerà il resto della sua vita a cercare, senza successo, di staccare il proprio cognome da quello strumento di morte, arrivando persino — così si racconta — a tentare vie legali per impedirne l'uso come eponimo. Muore a Parigi il 26 marzo 1814, ventun anni dopo Maria Antonietta. Dopo la sua morte, la famiglia Guillotin deciderà di cambiare cognome: non per vergogna verso la memoria del medico, ma perché nessuno, portando quel nome, riusciva più a camminare per strada senza essere guardato con l'orrore che si riserva a un boia.

Victor Hugo riassumerà questa beffa del destino in una frase fulminante:

"Esistono uomini sfortunati: Cristoforo Colombo non può legare il proprio nome alla propria scoperta; Guillotin non può staccare il proprio nome dalla propria invenzione."



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