LA ROSA E LA MIMOSA



8 marzo

Sono sempre stata restia a scrivere qualcosa in questa giornata.

La Festa della Donna mi è sempre sembrata, almeno in parte, una ricorrenza perfetta per un sistema che non vuole davvero valorizzare le donne. Vuole offrire loro un contenitore simbolico. Una valvola di sfogo annuale. Un giorno in cui tutto è permesso — e poi si torna al solito posto.

Così molte donne finiscono per fare esattamente ciò che la società si aspetta: serate di gruppo, eccessi, spettacoli grotteschi, conversazioni superficiali. 

Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con la dignità e la storia delle donne. È il contrario.

Questa potrebbe essere, invece, una giornata di memoria. Un momento per ricordare quelle donne che hanno lavorato in condizioni disumane, senza diritti e senza protezione, pagando talvolta con la vita il tentativo di conquistare indipendenza e autonomia. Donne, ma anche uomini e minorenni, travolti da sistemi di lavoro ingiusti. Donne che non volevano una festa. Volevano dignità.

Mi chiedo allora, perché la donna dovrebbe avere bisogno di una "festa"? 

Le minoranze non festeggiano la propria esistenza — rivendicano i propri diritti. La vera conquista non è un giorno di celebrazione. 

È una normalità fatta di rispetto, equilibrio e responsabilità condivise. Ogni giorno.

Oggi molti uomini diranno: "È la tua festa, oggi faccio io qualche faccenda di casa." Lo diranno con buone intenzioni, forse. Ma non è questo il punto. La parità non consiste in un gesto simbolico una volta l'anno. Dovrebbe essere la regola. Il punto di partenza, non il traguardo.

E forse anche le donne dovrebbero imparare a pretendere di più. Rifiutare l'idea di avere accanto mariti-bambini incapaci di prendersi cura della casa, di organizzarsi, di condividere davvero il peso della vita quotidiana. Smettere di sopportare e iniziare a pretendere. Non come concessione — come diritto.

La parità non è una festa. Non è un mazzo di mimose. Non è una serata tra amiche a sfogare frustrazioni che il giorno dopo saranno di nuovo lì, intatte.

È una responsabilità reciproca. 

Ogni giorno. E finché non lo sarà, avremo ancora bisogno di ricordarcelo — non l'8 marzo, ma il 9, e il 10, e tutti gli altri.



Cosa avrebbe detto Oscar dell'8 marzo?

Probabilmente avrebbe storto il naso. Con quella sua compostezza tagliente che non ha bisogno di alzare la voce per far capire che qualcosa non va.

Il 14 luglio si festeggia la presa della Bastiglia. Ma il 15 luglio i francesi non tornano all'Ancien Régime. Vivono in una Repubblica — ogni giorno, non solo per celebrazione. 

Allora perché per i diritti delle donne dovrebbe essere diverso? Perché bastano mimose e serate tra amiche, e il 9 marzo si torna al solito posto?

Oscar avrebbe fatto domande scomode. Le stesse che facciamo fatica a fare noi.

Perché non c'è parità salariale? Perché il congedo parentale è ancora quasi esclusivamente delle madri? Perché dimentichiamo che in Italia i diritti della moglie sono stati resi paritari a quelli del marito solo nel 1975? Che il delitto d'onore — roba da Medioevo, altro che — è stato abolito nel 1981?

E che fu abolito anche grazie al coraggio di una donna, Franca Viola. Che disse no. Che rifiutò il matrimonio riparatore quando nessuna lo faceva. Che tenne la testa alta in un paese che la guardava come se fosse lei il problema.

Una rosa di Versailles, Franca Viola. Nel senso più vero del termine.

E voi? Cosa ne pensate.?




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