Parigi rivoluzionaria dalla presa della Bastiglia al Terrore Parigi brucia! (1789-1792) Parigi veglia. È la notte tra il 13 e il 14 luglio 1789, e le strade non dormono con lei. Le voci corrono da un capo all'altro della città, si rincorrono, si gonfiano a ogni angolo di strada. Qualcuno giura di aver sentito che la guardia reale si prepara ad attaccare. Non importa se è vero. Basta che la paura si accenda, ed è già fuoco che si propaga di casa in casa. Il Palais Royal è il crocevia di ogni sussurro. Sotto i suoi portici, gli esaltati arringano la folla, e la folla — già stanca, già affamata, già furiosa da mesi — non chiede prove. Chiede armi. Nella notte, si decide di sbarrare gli ingressi della città. Parigi si chiude su se stessa come un pugno che si stringe prima di colpire. E quella paura, per quanto sembri cieca, non nasce dal nulla. Nei giorni precedenti il re ha davvero fatto radunare intorno alla città un contingente imponente — circa trentamila soldati, in gran parte ...
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Visualizzazione dei post da luglio, 2026
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Ci sono storie destinate a essere eterne perché, semplicemente, toccano l’anima. Non importa quanto tempo passi, quante generazioni le attraversino, quante volte crediamo di averle ormai comprese. Tornano. Vivono. Ci trovano diversi, ma ci feriscono nello stesso punto. Forse perché non raccontano soltanto ciò che accade ai personaggi, ma ciò che accade dentro di noi mentre li guardiamo vivere, amare, sbagliare, perdere, scegliere. Alcune storie non restano nella memoria perché hanno un finale perfetto. Restano perché ci lasciano una mancanza. Oscar e André appartengono a questo genere di storie. Ci commuovono per ciò che sono stati, e ancor di più per ciò che avrebbero potuto essere. Per quella vita appena intravista e subito negata. Due mani che finalmente possono cercarsi senza più paura. Un amore arrivato tardi, ma così assoluto da sembrare eterno. E forse continuiamo a immaginarli vivi non per cambiare il loro destino, ma per concedere al nostro cuore un luogo in cui po...
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Una mansarda… Sì. Credo che mi sarebbe piaciuta. Non una stanza immensa come quelle di palazzo Jarjayes, dove ogni passo risuona e persino il silenzio sembra appartenere agli antenati. Avrei voluto una camera piccola, con il tetto inclinato e una finestra abbastanza grande da vedere il cielo. André avrebbe protestato per le scale, naturalmente. Avrebbe detto che salire fin lassù ogni sera era una follia. Poi sarebbe stato il primo a sedersi accanto alla finestra, ad aspettarmi, a indicarmi le stelle come faceva quando eravamo bambini. Oscar sorride appena. E alla fine avremmo dovuto avere una cuoca. Nessuno dei due sapeva cucinare. André avrebbe sostenuto il contrario, solo per orgoglio. Una sera avrebbe tentato di preparare una zuppa, io avrei finto di trovarla buona e il giorno dopo avremmo assunto qualcuno capace di impedirci di morire avvelenati dopo essere sopravvissuti alla Bastiglia. Ma non avrei voluto una casa piena di domestici. Forse una cuoca, una donna che ci aiutass...
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Che Luigi XVI non fosse un uomo politico arguto, è un dato di fatto. Il 5 maggio del 1789, quando aprì per suo decreto gli Stati Generali di Francia, avrà pensato che tutto si sarebbe risolto in breve tempo con poche modifiche, qualche concessione e tanti festeggiamenti in suo onore per il magnanimo gesto. D'altronde era dal 1614 che il Clero, la nobiltà e il terzo stato non si riunivano per dibattere della situazione della Francia. Luigi XIV, il re sole, aveva ovviato a quel meccanismo perverso (dal suo punto di vista) di consultazione con l'invenzione della Reggia di Versailles, il microcosmo dorato con cui controllare i nobili. Tanto meno ne aveva fatto ricorso Luigi XV che, tra una favorita e l'altra, trovava il tempo di farsi amare dal popolo, che infatti lo chiamava il Beneamato. Ma per Luigi Augusto di Borbone le cose non andavano allo stesso modo. Il popolo guardava a lui con attesa. Attesa che dimostrasse la forza del trisavolo, il temperamento del nonno. Ma ...
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Dagli splendori di Versailles alla lama - gli ultimi istanti della "Vedova Capeto" Mentre la "vedova Capeto" si avvicina a Place de la Révolution , la folla inizia a rumoreggiare. È un'umanità impaziente, curiosa, che si spinge e si accalca per vederla passare, per assistere al momento in cui scenderà dal carretto e inizierà la sua salita verso la lama. Quella figura minuta, dai capelli cortissimi e la veste umile, avanza con sicurezza. Non vi è arroganza nei suoi passi, ma una serena rassegnazione. Inciampa per errore nel piede del boia, si scusa con compostezza, e un istante dopo mani salde la afferrano. La fanno sdraiare sull'asse di legno, bloccandole il collo nell'incavo della bigotta. In quel secondo, la vedova Capeto sente l'umido del sangue di chi l'ha preceduta. Sa che a breve il suo si mischierà a quello di chissà quanti altri. La folla grida, qualcuno la insulta, altri rimangono in silenzio. Era davvero quello il volto del "m...
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LA BELLEZZA DI VERSAILLES Una rosa non sa di essere già tagliata. Fiorisce lo stesso, con la stessa ostinazione, mentre l'acqua nel vaso comincia a marcire da sotto. Versailles ha fatto questo per centodieci anni. Non nasce reggia. Nasce padiglione di caccia, ventisei stanze, niente di più, voluto da un Luigi XIII che ci si rifugiava per sfuggire alla madre e alla corte. Poi arriva il figlio. E il figlio non vuole un rifugio ma uno specchio grande quanto il suo ego, la sua ambizione. Luigi XIV è il Sole e la Francia, il mondo intero devono inchinarsi a lui. I lavori durano cinquantaquattro anni , dal 1661 al 1715 — la vita di un re, misurata in impalcature. Migliaia di operai, migliaia di cavalli, migliaia di morti: di incidenti, di malaria, nelle paludi bonificate a forza per far posto ai giardini. Il risultato: oltre 2.300 stanze , un perimetro murato lungo quaranta chilometri , ottocento ettari di parco, duecentomila alberi piantati per fingere che la natura avesse se...
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GLI INTRIGHI DEL CONTE Louis-Stanislas-Xavier de France, Comte de Provence. Colto, freddo, calcolatore. Il futuro Luigi XVIII ha passato la vita a Versailles misurando una sola distanza: quella tra sé e il trono. Nato secondo. Condannato, temeva lui, a restare tale. Finché Luigi XVI non ebbe figli, quella distanza era minima. Bastava aspettare. Lo splendore della Reggia, la magnificenza dei giardini, gli inchini e i sorrisi affettati sarebbero stati suoi. Era pronto. Era lucido. Lui sapeva come trattare la Corte, i ministri, la Francia. Il Fato però lo aveva voluto secondogenito, e per questo aveva passato la vita a vedere il fratello maggiore — un gentile mediocre — sprecare il potere che lui avrebbe saputo far splendere. "Per fortuna" , pensava lui, "mio fratello non sa nemmeno come si fa il marito..." Per sette anni attese, derise, preparò alleanze. Era chiaro che i sovrani Luigi XVI e Maria Antonietta non sapevano neanche fare figli! Poi nacquero i delfini, e...