LA BELLEZZA DI VERSAILLES
Una rosa non sa di essere già tagliata. Fiorisce lo stesso, con la stessa ostinazione, mentre l'acqua nel vaso comincia a marcire da sotto. Versailles ha fatto questo per centodieci anni.
Non nasce reggia. Nasce padiglione di caccia, ventisei stanze, niente di più, voluto da un Luigi XIII che ci si rifugiava per sfuggire alla madre e alla corte. Poi arriva il figlio. E il figlio non vuole un rifugio ma uno specchio grande quanto il suo ego, la sua ambizione.
Luigi XIV è il Sole e la Francia, il mondo intero devono inchinarsi a lui.
I lavori durano cinquantaquattro anni, dal 1661 al 1715 — la vita di un re, misurata in impalcature. Migliaia di operai, migliaia di cavalli, migliaia di morti: di incidenti, di malaria, nelle paludi bonificate a forza per far posto ai giardini. Il risultato: oltre 2.300 stanze, un perimetro murato lungo quaranta chilometri, ottocento ettari di parco, duecentomila alberi piantati per fingere che la natura avesse sempre voluto essere così simmetrica.
Sotto i giardini scorre un sistema idraulico di trentacinque chilometri di condotte, 221 fontane, oltre milleduecento zampilli — alimentati deviando il corso di un fiume intero, l'Eure, con dighe e canali costruiti solo per far ridere l'acqua nei momenti giusti, davanti agli ambasciatori giusti. Un'ingegneria pensata non per servire, ma per stupire. La differenza, a Versailles, è tutto.
Il costo? Le stime moderne parlano di cifre equivalenti a duemila miliardi di dollari attuali. Un numero che non si regge in piedi da solo, che serve solo a dire: impossibile, e fatto lo stesso.
Eppure, sotto l'oro, la vita quotidiana era un'altra cosa. Fino a settantamila persone popolavano la città-satellite alla vigilia della Rivoluzione.
Nella reggia stessa, per cinquemila abitanti, i gabinetti pubblici erano cinque. Cinque.
I cortigiani vuotavano i vasi da notte nei cortili, nei corridoi, in un ruscello che poi attraversava il paese.
Si moriva di tifo a pochi passi dalla Galleria degli Specchi. Ma si danzava lo stesso.
Il fasto e il fetore vestivano le stesse sete, e nessuno ne parlava, perché a Versailles l'etichetta imponeva di non vedere ciò che era scomodo — solo ciò che doveva essere ammirato.
Questa è la rosa nel pieno della fioritura, petali perfetti, radice già malata.
Anche la rosa più bella appassisce
Ogni reggia costruita per essere eterna porta già scritta, nella pietra, la data della propria fine. Versailles no XIV la vive da sole, gonfia di sé, incapace di immaginare l'inverno. Versailles no XV comincia ad annoiarsi dentro le proprie regole. Versailles no XVI — quella di Oscar, quella che conosciamo meglio — è già una rosa recisa che non vuole ammetterlo: i petali ancora aperti, il gambo che non riceve più linfa da nessuna radice reale, perché la radice, il popolo, non c'è più sotto quei giardini. C'è solo sotto Parigi.
Il 6 ottobre 1789 la famiglia reale lascia Versailles. Non vi farà mai più ritorno.
Ricordate la battuta finale del film Marie Antoinette di Sophia Coppola ?
Ecco, accadde così.
Disse, dissero "addio!"
Da quel momento le stanze si ammutoliscono, gli specchi si svuotano.
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