GLI INTRIGHI DEL CONTE
Colto, freddo, calcolatore. Il futuro Luigi XVIII ha passato la vita a Versailles misurando una sola distanza: quella tra sé e il trono. Nato secondo. Condannato, temeva lui, a restare tale.
Finché Luigi XVI non ebbe figli, quella distanza era minima. Bastava aspettare. Lo splendore della Reggia, la magnificenza dei giardini, gli inchini e i sorrisi affettati sarebbero stati suoi.
Era pronto. Era lucido. Lui sapeva come trattare la Corte, i ministri, la Francia. Il Fato però lo aveva voluto secondogenito, e per questo aveva passato la vita a vedere il fratello maggiore — un gentile mediocre — sprecare il potere che lui avrebbe saputo far splendere.
"Per fortuna", pensava lui, "mio fratello non sa nemmeno come si fa il marito..."
Per sette anni attese, derise, preparò alleanze. Era chiaro che i sovrani Luigi XVI e Maria Antonietta non sapevano neanche fare figli!
Poi nacquero i delfini, e il terreno gli franò sotto i piedi. Il colpo fu duro. Si era sentito davvero a un passo dal trono. Poi la nascita di Maira Teresa, Luigi Giuseppe e Luigi Carlo lo rigettarono, colpo dopo colpo, un gradino più giù: non più l'erede mancato, ma l'ombra sempre più remota di un erede.
Stanislas non era tipo da accettarlo.
Il fango, versato con metodo
Dietro il sorriso da cortigiano perfetto, era un abile seminatore di discordie. Gli storici gli attribuiscono la fuga del memorandum di Necker nel 1781, i libelli sull'infertilità del matrimonio reale, prima del 1778. E dopo la nascita dei figli, i dubbi sulla paternità degli eredi.
Chi aveva da guadagnare da ogni singola MALDICENZA e pettegolezzo acido era sempre lui.
Il fratello leale di facciata. Il calunniatore dietro le spalle.
La notte in cui si separarono i destini
20 giugno 1791. Varennes, si dirà poi — ma la meta vera era Montmédy.
Luigi XVI parte con moglie, figli, sorella. Una berlina enorme, travestimenti da baronessa russa, un'organizzazione fragile che si sgretola tappa dopo tappa. Verrà riconosciuto da un mastro di posta che lo aveva visto stampato su un assegnato.
Stanislas parte la stessa notte, da un'altra porta di Parigi. Passaporto inglese falso. Al suo fianco non la famiglia — il suo amico d'Avaray. Un tragitto diverso, verso Avesnes-sur-Helpe, Maubeuge, Mons. Nessun ritardo. Nessun riconoscimento.
Due fratelli, due fughe, due esiti opposti. Uno finisce a Varennes, catturato. L'altro in Belgio, libero.
Vent'anni di attesa, e la corona
Da lì, l'esilio. Reggente autoproclamato. Poi, alla morte di Luigi XVII nel Tempio, Luigi XVIII.
Vent'anni tra Russia, Inghilterra, corti che lo ospitavano e lo lasciavano andare. A finanziare la controrivoluzione. Ad aspettare, ancora.
- Napoleone cade. Stanislas torna a Parigi. Finalmente come Re!
Il ritorno impossibile
Cosa avrà provato, tornando in una Francia così diversa? Il tempo dell'Ancien Régime era tramontato, e il suo regno si profilava difficile, pericoloso. Lui lo sapeva bene. Un passo falso, e sarebbe inciampato nella lama della ghigliottina.
Ma era intelligente, scaltro. Finalmente aveva la corona. Non se la sarebbe fatta togliere dalla testa — corona e testa, voleva entrambe ben salde sulle spalle.
Così prese una decisione pragmatica, com'era nel suo carattere. Non tornò a Versailles. Farlo sarebbe stato come dire: ecco, torna tutto come prima. Scelse invece le Tuileries, nel pieno centro di Parigi.
Versailles era un simbolo pericoloso. Non un semplice palazzo — il simbolo supremo dell'assolutismo, dell'isolamento dei re dal popolo, degli sprechi che avevano acceso il 1789. Tornarci avrebbe significato dichiarare ai francesi che nulla era cambiato. Alle Tuileries, invece, il re si faceva vicino — fisicamente, politicamente — ai parigini e ai nuovi centri del potere.
C'era poi un motivo più prosaico. Durante la Rivoluzione, Versailles era stata svuotata: mobili, quadri, specchi, persino le maniglie delle porte, venduti all'asta o saccheggiati. I giardini, abbandonati. Napoleone aveva avviato qualche restauro strutturale, ma nel 1814 la reggia restava un guscio vuoto, freddo, immenso. Riportarla a corte reale sarebbe costato cifre astronomiche — e spendere milioni mentre le casse dello Stato erano vuote e la Francia pagava i debiti di guerra alle potenze straniere, sarebbe stato un suicidio politico.
La nostra bella Versailles, tripudio di rose, era appassita. Era stata violata, deturpata, vilipesa. E ora giaceva spoglia e umiliata senza musica né danze. I boschetti languivano, le fontane si imbruttivano.
Per più di cento anni Versailles era stata puro splendore, tripudio barocco e rococò di magnificenza. Ora solo tappezzerie strappate, specchi rotti.
Luigi XVIII vi tornò solo per visite ufficiali, brevi soggiorni. Si racconta che, camminando per quei corridoi deserti — dove aveva vissuto la giovinezza — lo assalisse una malinconia profonda. Lungo la Sala degli specchi, desolata e sporca, credette di sentire il fruscio delle gonne di Maria Antonietta, gli sbadigli del fratello, i minuetti, le risa, il tintinnio dei bicchieri.
Una reggia di fantasmi. Un regno di morti. Ecco cosa era diventata Versailles. Ogni visita, un addio.
Avrebbe potuto farla rinascere. Ma rinascere per chi, per cosa? Non si può restituire la giovinezza a un luogo. Non si può far tornare la leggera presunzione di una Corona che per secoli si era creduta inviolabile — e che ora sapeva, con certezza, di non esserlo.
A Place de la Révolution il sangue degli aristocratici non macchiava più il selciato. Ma il suo cuore perdeva un battito ogni volta che ci passava vicino, ogni volta che ci pensava. Anche lui avrebbe potuto essere lì. Anche la sua testa avrebbe potuto rotolare nel cesto, tra scherni e risate plebee.
E ora, con quei "plebei" — anche dopo Napoleone, anche dopo tutto — doveva andarci d'accordo. Non poteva ignorarlo. Non poteva permettersi di dimenticarlo nemmeno per un giorno.
Il tempo di Versailles era tramontato per sempre. E lui lo sapeva.
Fu un buon re? La domanda è sbagliata. È stato un re pragmatico — straordinariamente pragmatico. Non amato. Ma probabilmente l'unico uomo capace di evitare che la Restaurazione si trasformasse in un bagno di sangue immediato.
Capì subito che venticinque anni di Storia non si cancellano con un colpo di spugna. Che se avesse tentato di reimporre l'assolutismo puro di Luigi XIV, i francesi lo avrebbero cacciato a pedate — cosa che accadrà puntualmente, anni dopo, a suo fratello minore, il reazionario Conte d'Artois.
Così, nel 1814, concesse la Charte. Un colpo di genio politico, doppio. Dall'esterno, sembrava un ritorno all'Antico Regime: il re che concede la carta dall'alto della sua autorità divina, non che la riceve dal popolo. Nella sostanza, salvava le conquiste della Rivoluzione — l'uguaglianza davanti alla legge, la libertà di culto, il codice napoleonico, un Parlamento bicamerale. Forma monarchica, sostanza costituzionale.
Schiacciato tra due fuochi
Il suo regno fu un equilibrismo continuo, estenuante. Da una parte la Francia nuova, che temeva il ritorno dei privilegi feudali e diffidava di quel re obeso, rientrato sui bagagli delle potenze straniere. Dall'altra gli Ultra-royalistes, guidati proprio da suo fratello — il futuro Carlo X — che volevano vendetta, i beni confiscati indietro, il 1788 di nuovo intatto.
Luigi XVIII, con la sua flemma e il suo cinismo, passò il regno a frenare gli estremisti alla sua destra. Una frase, più di ogni discorso, riassume la sua filosofia:
«Se lasciassi fare a mio fratello, finiremmo per essere ghigliottinati entrambi»
La fine della corsa
Negli ultimi anni la salute cede. La gotta lo inchioda su una sedia a rotelle — il popolo, con la sua ironia mai doma, la ribattezza «il trono rotolante». Il corpo si sfalda. La mente resta lucida fino alla fine.
Muore nel suo letto, nel 1824. Suo fratello sulla ghigliottina, lui da re. La corsa più lunga della sua vita, quella contro il proprio destino di secondogenito, l'aveva vinta lui.
Il ritorno dello splendore.
Versailles rinacque almeno un po' nel 1837 con Luigi Filippo d'Orléans, il "re borghese". Egli infatti trasforma la reggia nel Museo della Storia di Francia, dedicato a tutte le glorie della Francia. Versailles smette di essere la casa di un sovrano. Diventa la memoria di un intero paese.
Ma questo è solo l'inizio.
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