Il tempo che non hanno avuto
Quando riguardiamo Lady Oscar non ci aspettiamo che cambi il finale. Razionalmente sappiamo benissimo ciò che accadrà e che la storia è già scritta. Quello che continuiamo a cercare è qualcosa che la storia ci ha lasciato aperto dentro.
Oscar e André sono costruiti intorno a una delle forme narrative più dolorose in assoluto: il tempo perduto. Non è soltanto una storia d'amore tragica. È la storia di due persone che avrebbero potuto amarsi prima, parlarsi prima, capirsi prima.
Noi spettatori vediamo ciò che loro per anni non riescono a vedere. Assistiamo alle occasioni mancate, ai silenzi, alle parole inghiottite, e sappiamo dove tutto porterà. È una specie di impotenza retrospettiva, dillo adesso, guardalo, capiscilo, non aspettare. Ma loro non possono sentirci.
E quando finalmente accade ciò che abbiamo atteso, quando Oscar comprende André, quando le difese cadono e non c'è più bisogno di fingere, arriva la crudeltà narrativa più grande. Il tempo concesso loro è quasi finito.
Per questo la loro storia produce un dolore particolare. Non piangiamo soltanto perché André muore o perché Oscar morirà poco dopo. Piangiamo soprattutto la vita che non avranno e che avrebbero potuto avere se...
E' quel "se" che spesso ci limita e frena nella vita.
Le mattine che non vedremo, le discussioni, la quotidianità, l'invecchiare insieme, tutte quelle cose apparentemente insignificanti che diventano enormi proprio perché sappiamo che non esisteranno mai.
Il nostro cervello, peraltro, non reagisce alle storie come a semplici informazioni. Quando siamo profondamente coinvolti in una narrazione, anticipiamo, desideriamo, temiamo. Possiamo conoscere perfettamente una scena e avere comunque una risposta emotiva fortissima. Sapere che André morirà non impedisce al corpo di vivere nuovamente l'attesa della sua morte.
Un po' come accade con una musica che conosciamo a memoria. Sapere quale nota arriverà non impedisce a quella nota di commuoverci. Talvolta accade il contrario. Ci commuove proprio perché sappiamo che sta arrivando.
E con Lady Oscar entra in gioco anche un'altra cosa La ripetizione modifica il nostro sguardo. A dodici, venti, quaranta o cinquant'anni non guardiamo la stessa storia. Le immagini sono identiche, noi no.
Da adolescenti possiamo vedere l'amore assoluto. Più avanti vediamo il tempo, le scelte, le rinunce, ciò che non abbiamo detto, le persone perdute, le occasioni che non tornano. Una battuta che a quindici anni era romantica a quaranta o più può diventare devastante, perché ora sappiamo davvero cosa significhi la frase «troppo tardi».
E allora quelle lacrime non appartengono più soltanto a Oscar e André.
Dentro ci finiscono inevitabilmente anche pezzi della nostra vita. Anche le nostre lacrime.
C'è poi un elemento che trovo fondamentale per spiegare perché torniamo e guardiamo ancora Lady Oscar anziché proteggerci evitando la storia. Una tragedia amata offre un dolore paradossalmente sicuro. Sappiamo dove comincia, dove finirà e perfino quando arriverà il momento che ci spezzerà. Possiamo entrarci, provare una quantità enorme di emozione e poi uscirne. È una forma di catarsi, quasi un rituale.
E noi che amiamo Lady Oscar siamo sempre qui.
Perché a un certo punto Lady Oscar non è più soltanto una serie. Diventa una memoria condivisa. Guardarla insieme, commentarla, indignarsi ancora perché Oscar non capisce, sperare assurdamente che André faccia qualcosa di diverso, piangere alla stessa scena che abbiamo visto cinquanta volte significa anche ritrovare la bambina che l'ha vista per la prima volta e tutte le altre persone che hanno provato la stessa cosa.
È quasi un appuntamento con una parte di sé.
E c'è un0utliam cosa, forse la più bella. Quella storia non avrà mai un altro finale, ed è vero.
Ma proprio perché non può cambiare, noi continuiamo a raccontarla.
Parliamo di quello che Oscar e André avrebbero potuto dire e fare.
Inventiamo il giorno dopo che non hanno avuto. Discutiamo dei loro silenzi. Scriviamo finali alternativi. Li facciamo vivere nelle immagini, nei racconti, nei pensieri.
In un certo senso, continuiamo da quarant'anni a tentare di concedere loro quel tempo che Ikeda e l'anime gli hanno negato.
Forse è per questo che piangiamo ancora. Non perché non abbiamo accettato come finisce. Ma perché abbiamo capito perfettamente tutto ciò che avrebbe potuto esserci prima che finisse.
E quello, probabilmente, è il vero cuore tragico di Oscar e André, non la morte.
Il tempo. Perduto.
Commenti
Posta un commento
Ciao! Se vuoi puoi scrivermi.