André Grandier
e il giorno in cui nacquero i diritti
Il 26 agosto 1789 l'Assemblea Nazionale Costituente approvava il testo definitivo della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Parigi respirava un'aria satura di tensione e stupore.
La Costituzione era ancora un cantiere aperto, eppure quel manifesto di diciassette articoli stava già cancellando secoli di privilegi, servitù e disuguaglianze ereditate per nascita. Per la prima volta nella storia di Francia, la parola «diritti» smetteva di essere un'idea astratta discussa nei circoli illuministi per diventare legge incisa nella pietra.
André Grandier non era per le strade a festeggiare quel giorno.
Il suo destino si era compiuto poche settimane prima, in una piazza assolata di luglio bagnata di piombo e sacrificio. Ma il 26 agosto era il giorno della sua nascita, e nessun documento storico somiglia a un regalo di compleanno quanto quella proclamazione solenne.
Tutta l'esistenza di André si era mossa sul confine sottile tra l'amore incondizionato e la dolorosa consapevolezza del proprio status.
Cresciuto all'ombra della nobiltà, compagno d'armi e custode silenzioso di Oscar, André aveva sperimentato sulla propria pelle il peso di una società che divideva gli uomini per sangue e rango. Sapeva cosa significasse amare senza poter pretendere, servire con dignità pur vedendosi negata la parità, lottare per un ideale di giustizia prima ancora che diventasse una rivoluzione di piazza.
Quell'articolo primo — «Gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti» — è l'eco diretta delle sue battaglie interiori e della sua scelta di seguire i soldati della Guardia e il popolo di Parigi fino all'estremo.
Quel giorno André avrebbe sentito il cuore battere nel petto con la forza incontenibile della speranza perché vedeva finalmente sgretolarsi il muro che per tutta la vita aveva tentato di separare gli esseri umani tra padroni e servi.
Una volta votato, il testo esplose letteralmente per le vie della capitale e nelle province. Le tipografie lavorarono giorno e notte per sfornare decine di migliaia di opuscoli economici, manifesti da incollare sui muri delle piazze e fogli volanti distribuiti dai venditori ambulanti. I grandi giornali patriottici dell'epoca ne pubblicarono il testo integrale, mentre gli incisori lo impressero su lastre di rame modellandolo come le nuove Tavole della Legge, destinate a essere appese nei municipi, nelle scuole e nelle sedi dei club politici come un vero e proprio catechismo civico.
La reazione al vertice del potere fu di totale chiusura. Luigi XVI, arroccato nella difesa della monarchia assoluta e del diritto divino, scelse la linea dell'ostruzionismo e rifiutò di apporre la sanzione regia alla Dichiarazione e ai decreti di agosto.
Per la corte, ogni singolo avvenimento di quell'estate assunse i contorni di un incubo a occhi aperti, assurdo e grottesco. Dietro le cancellate dorate di Versailles serpeggiava lo sgomento di fronte a un popolo che alzava la testa deciso a non abbassarla mai più.
L'idea stessa che il sangue dei nobili potesse equivalere a quello di chiunque altro appariva intollerabile. La parola «uguaglianza» risuonava nei saloni dorati con il peso di una bestemmia. Eppure, pochi decenni prima, Giuseppe Parini — intellettuale illuminista ben lontano dagli estremismi giacobini — aveva composto il Dialogo sopra la nobiltà, immaginando le anime di un patrizio e di un poeta plebeo sepolte per errore nella stessa fossa comune. In quel confronto postumo, spogliato di parrucche, stemmi e titoli terreni, persino il nobile era costretto a riconoscere che, una volta ridotti alla nuda sostanza umana, tra loro non sussisteva alcuna differenza.
La Dichiarazione riflette i bagliori più vivi del pensiero illuminista, ed emoziona constatare che siano trascorsi 237 anni da quel giorno.
Ogni luce proietta la sua ombra, e in questo caso l'ombra fu l'esclusione deliberata delle donne. Un vuoto che non sfuggì a una mente acuta, colta e appassionata, fermamente convinta che la Rivoluzione dovesse appartenere a tutti e a tutte: Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze.
Spinta da un coraggio limpido e da una speranza forse ingenua, Olympe scelse di colmare quella che considerava una svista dell'Assemblea Nazionale, certa che i deputati vi avrebbero posto rimedio non appena sollecitati. Nel settembre del 1791 diede alle stampe la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, dedicandola alla regina Maria Antonietta e aprendo il testo con un articolo lapidario:
«La donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell'uomo.»
Ciò che accadde poi, ve lo racconterò.
Oggi mi piace pensare che André e Oscar avrebbero applaudito e sostenuto entrambi i documenti con la stessa passione, riconoscendoli come il fondamento irrinunciabile per qualsiasi società che voglia dirsi davvero libera, civile e fondata sull'uguaglianza.
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