Che Luigi XVI non fosse un uomo politico arguto, è un dato di fatto.
Il 5 maggio del 1789, quando aprì per suo decreto gli Stati Generali di Francia, avrà pensato che tutto si sarebbe risolto in breve tempo con poche modifiche, qualche concessione e tanti festeggiamenti in suo onore per il magnanimo gesto. D'altronde era dal 1614 che il Clero, la nobiltà e il terzo stato non si riunivano per dibattere della situazione della Francia. Luigi XIV, il re sole, aveva ovviato a quel meccanismo perverso (dal suo punto di vista) di consultazione con l'invenzione della Reggia di Versailles, il microcosmo dorato con cui controllare i nobili.
Tanto meno ne aveva fatto ricorso Luigi XV che, tra una favorita e l'altra, trovava il tempo di farsi amare dal popolo, che infatti lo chiamava il Beneamato. Ma per Luigi Augusto di Borbone le cose non andavano allo stesso modo. Il popolo guardava a lui con attesa. Attesa che dimostrasse la forza del trisavolo, il temperamento del nonno. Ma lui era diverso. Non era stupido, né malvagio. Era un uomo di grandi interessi culturali ma poco lungimirante e inetto alla politica. Gli affari di Stato erano davvero un fastidio.
Tuttavia era il Re e, per quanto possa suonare strano, ci provò con tutte le sue forze. Il fatto è che davvero non aveva idea di cosa fosse la vita fuori da Versailles... le tasse, la fame, gli sconvolgimenti ideologici erano rumori di sottofondo tra un colpo di fucile e uno di martello. Le battute di caccia erano un passatempo quasi quotidiano, un modo per stare solo con i suoi pensieri, tra l'immenso bosco che si estendeva oltre la reggia, fatto di querce e castagni.
Un manto scintillante d'estate e punteggiato di malinconia in autunno. Ma sempre maestoso, come la sua corona. Poi, a volte, si chiudeva nell'officina a fabbricare lucchetti e serrature. Luigi Augusto era davvero un uomo pieno di interessi. Studiava le lingue e infatti parlava correttamente l'inglese, amava la geografia e la lettura. Ecco, i trattati di economia di Malthus o Locke, oppure il Contratto sociale di Rousseau, però non erano nella sua libreria...
A volte gli giungevano voci di diritti ma erano un'eco distante. Certo, aveva finanziato e insistito affinché la Francia partecipasse alla guerra d'indipendenza americana: nel 1778 aveva sancito l'alleanza con gli americani, e nel 1781 le truppe francesi contribuirono alla vittoria decisiva di Yorktown, che portò nel 1783 alla fine della guerra e alla libertà delle colonie. Tuttavia non aveva capito. No. Non aveva capito che, appoggiando le azioni americane, basate sulla dichiarazione d'indipendenza, stava alimentando il fuoco del cambiamento democratico anche in Francia.
Non aveva capito che battersi per l'uguaglianza altrove avrebbe prodotto legittime richieste di uguali rivendicazioni in patria. Non aveva capito che l'Assolutismo non poteva farsi alfiere dei diritti inalienabili, dell'autodeterminazione dei popoli, restando sordo a quelle stesse istanze.
Ma così fu.
E a fine 1788, vista la gravissima crisi finanziaria in cui versava la Francia — anche a causa delle spese per la guerra in America — Luigi XVI convocò gli Stati Generali. Preceduti dai cahiers de doléances (letteralmente "quaderni delle lagnanze", documenti in cui, comune per comune e ordine per ordine, si raccoglievano lamentele, richieste e proposte di riforma da sottoporre al re).
È importante notare che nei "quaderni delle lagnanze" il popolo dimostrava fiducia verso il sovrano. Al quale si rivolgeva come a un padre. A cui chiedeva più giustizia, tasse più eque, una vita dignitosa.
Miraggi. In un sistema socio-economico basato sul censo, sul casato.
La piramide sociale era granitica, come la convinzione che il re governasse per diritto divino. E che Nobiltà e Clero non avessero sostanzialmente nulla da spartire con il Terzo Stato.
Ma c'era stata la Rivoluzione Americana. La diffusione dell'Illuminismo in Europa. Autori come Montesquieu, che argomentava perché la divisione dei poteri fosse necessaria. Cesare Beccaria e i fratelli Verri, che ripensavano il diritto e la pena. Rousseau, che immaginava un contratto sociale fondato sulla volontà generale. Voltaire, più moderato dei suoi compagni di strada, che guardava al modello inglese e sognava non la repubblica ma una monarchia limitata, illuminata, capace di autoriformarsi. Visioni diverse tra loro, a tratti in contraddizione. Ma tutte, in fondo, spinte dalla stessa domanda. Il potere può ancora giustificarsi da sé, senza rendere conto a nessuno?
Ciò che era chiaro alle menti lucide del tempo era che il potere non poteva restare immobile nel suo status. Non a caso figure come Federico di Prussia o Maria Teresa d'Austria inaugurarono politiche illuministiche, sebbene sempre monarchiche.
Ecco. Questo Luigi XVI non lo capì. Nel suo entourage, nessuno glielo fece capire davvero.
E così, quando gli Stati Generali si riunirono, credettero di procedere come oltre cent'anni prima. Invece, ecco subito lo scoglio. Il Terzo Stato, consapevole del suo valore e soprattutto della sua dignità, voleva che il voto fosse per testa, non per censo. In altre parole voleva giocarsela ad armi pari contro clero e nobiltà, che ovviamente tutelavano quasi sempre gli interessi monarchici, e quindi propri.
Tuttavia già da tempo, grazie anche a ministri come Necker, si dibatteva del grande scoglio delle tasse. Chissà perché, secondo il principio "divino", dovevano essere un onere solo popolare, mentre aristocrazia e clero non dovevano essere "sporcati" da tali nefandezze volgari.
Gli Stati Generali non erano un parlamento permanente nel senso moderno, potevano consigliare il sovrano, presentare i cahiers de doléances e, nella memoria politica del regno, erano legati soprattutto al tema del consenso all'imposta e alla riforma; ma non costituivano un organo dotato di un potere legislativo stabile e autonomo.
La composizione del 1789 rifletteva ancora la società d'ordini, ma con una novità decisiva, ossia il raddoppio del terzo stato. Le fonti ufficiali e catalografiche non coincidono perfettamente sul totale dei deputati, ma concordano sul punto essenziale: il terzo stato disponeva di un numero di eletti pari, o quasi pari, alla somma dei due ordini privilegiati, senza che ciò risolvesse la questione cruciale del metodo di voto.
La Bibliothèque nationale de France indica 1.139 deputati, di cui 291 del clero, 270 della nobiltà e 578 del terzo stato; l'Assemblée nationale usa un conteggio leggermente diverso, 1.196, con 308, 290 e 598. In entrambi i casi il nodo politico resta identico: se si votava per ordine, clero e nobiltà potevano bloccare il terzo stato; se si votava per testa, il terzo stato diventava decisivo.
È importante
notare che nei "quaderni delle lagnanze" il popolo dimostrava fiducia
verso il sovrano, al quale si rivolgeva come a un padre. A cui chiedeva più
giustizia, tasse più eque, una vita dignitosa.
Miraggi. In un
sistema socio-economico basato sul censo, sul casato.
La piramide
sociale era granitica, come la convinzione che il re governasse per diritto
divino. E che Nobiltà e Clero non avessero sostanzialmente nulla da spartire
con il Terzo Stato.
Ma c'era stata la Rivoluzione Americana. La diffusione dell'Illuminismo in Europa. Autori come Montesquieu, che argomentava perché la divisione dei poteri fosse necessaria. Cesare Beccaria e i fratelli Verri, che ripensavano il diritto e la pena. Rousseau, che immaginava un contratto sociale fondato sulla volontà generale. Voltaire, più moderato dei suoi compagni di strada, che guardava al modello inglese e sognava non la repubblica ma una monarchia limitata, illuminata, capace di autoriformarsi. Visioni diverse tra loro, a tratti in contraddizione.
Ma tutte, in fondo, spinte dalla stessa domanda. Il potere può ancora
giustificarsi da sé, senza rendere conto a nessuno?
Ciò che era
chiaro alle menti lucide del tempo era che il potere non poteva restare
immobile nel suo status. Non a caso figure come Federico di Prussia o Maria
Teresa d'Austria inaugurarono politiche illuministiche, sebbene sempre
monarchiche.
Ecco. Questo
Luigi XVI non lo capì. Nel suo entourage, nessuno glielo fece capire davvero.
E così, quando
gli Stati Generali si riunirono, credettero di procedere come oltre cent'anni
prima. Invece, ecco subito lo scoglio. Il Terzo Stato, consapevole del suo
valore e soprattutto della sua dignità, voleva che il voto fosse per testa, non
per censo. In altre parole voleva giocarsela ad armi pari contro clero e
nobiltà, che ovviamente tutelavano quasi sempre gli interessi monarchici, e
quindi propri.
Tuttavia già da
tempo, grazie anche a ministri come Necker, si dibatteva del grande nodo delle tasse. Chissà perché, secondo il principio "divino", dovevano
essere un onere solo popolare, mentre aristocrazia e clero non dovevano essere "sporcati"
da tali nefandezze volgari.
Alcuni ministri ci avevano già provato. Prima Calonne, poi
Loménie de Brienne. Riforme fiscali pensate per costringere anche i ceti
privilegiati a pagare. Nobiltà e clero non ci stettero. Difesero i propri
privilegi con le unghie. Le proposte caddero. I ministri con loro.
La convocazione degli Stati Generali sembrava l'ultima carta
buona. Ma per la monarchia quell'assemblea doveva servire a una cosa sola.
Nuove imposte. Salvare le finanze del regno. Ma il potere del re restava fuori
discussione. Così come i privilegi di ceto.
L'ottusità a voler cambiare accelerò la Storia.
Il 17 giugno il Terzo Stato si proclama Assemblea Nazionale. È il primo vero strappo. Non si considera più "un ordine" tra gli altri, ma il rappresentante della nazione.
Il 20 giugno i deputati trovano chiusa la sala dove si riunivano. Si spostano nella sala della Pallacorda. Pronunciano il famoso Giuramento della Pallacorda. Promettono di non separarsi finché la Francia non avrà una Costituzione.
Il 23 giugno Luigi XVI tiene una seduta reale. Tenta di riprendere il controllo. Annulla le decisioni del 17 giugno. Ordina ai tre ordini di riunirsi separatamente, come prima.
Ma non si può tornare indietro. Gli Stati Generali sono il Rubicone della monarchia francese, che perse la testa, come dimostra il successivo licenziamento di Necker l'11 luglio.
Ufficialmente per la sua "estrema condiscendenza" verso gli Stati Generali. Di fatto, per aver dato l'impressione di stare più con la nazione che con la Corona.
La notizia arriva a Parigi il 12 luglio. Il popolo insorge. Vedeva in Necker l'ultimo argine possibile. L'ultima figura credibile in un sistema che stava franando.
Ah, il 12 luglio. Data cruciale. Direi fatale...
C'è chi scopre e vive il suo grande amore e chi come Camille Desmoulins sale sui tavoli del Palais-Royal e lancia il suo grido: “Alle armi!”. È una scintilla.
E mentre Parigi comincia a incendiarsi, nell’ombra si profilano già alcune donne destinate a lasciare un segno nella Rivoluzione, Théroigne de Méricourt, Olympe de Gouges e, in modo diverso e tragico, Charlotte Corday
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