Una riflessione...
e se provassimo ad amarla anche in nuove vesti?
L'anime del 1979 è irripetibile. Ma un personaggio capace di attraversare le generazioni deve poter continuare a vivere, cambiare linguaggio e parlare al presente.
Oscar torna in scena. Questa volta non attraverso i disegni di Riyoko Ikeda, le immagini dell'anime o le nuove animazioni cinematografiche, ma sul palcoscenico di un teatro.
Il nuovo spettacolo Oscar, scritto da Linda Dalisi, diretto da Antonio Latella e interpretato da Sonia Bergamasco, ha debuttato al Teatro Morlacchi di Perugia il 14 ottobre e arriva ora al Piccolo Teatro Strehler di Milano, dove rimarrà fino al 1° novembre 2026.
Domani assisterò alla rappresentazione. Non posso dunque esprimere un giudizio su ciò che ancora non ho visto. Posso però condividere alcune riflessioni che accompagnano questa nuova avventura di Oscar, soprattutto pensando alle discussioni che inevitabilmente ogni reinterpretazione del personaggio finisce per suscitare.
La tentazione del confronto
Ogni volta che Oscar ritorna attraverso una nuova opera, la reazione è quasi inevitabile: il confronto con ciò che già conosciamo e amiamo.
Ci sarà chi apprezzerà il coraggio della proposta, chi ne contesterà le scelte, chi forse parlerà dell'ennesima occasione mancata. È comprensibile. Per molti di noi Lady Oscar non rappresenta soltanto una storia, ma un'esperienza emotiva che accompagna la vita da decenni.
Eppure, lo ripeto, l'anime del 1979 è unico e irripetibile.
Non soltanto per il fascino delle immagini di Shingo Araki e Michi Himeno o per la straordinaria intensità della regia di Osamu Dezaki. Quella serie appartiene a un particolare momento della storia dell'animazione, possiede un linguaggio visivo e narrativo riconoscibile e ha costruito con il proprio pubblico un rapporto che nessuna produzione successiva potrà riprodurre esattamente.
E poi le voci, la musica... un incantesimo perfetto e immortale. Ma soprattutto, quell'anime è diventato parte della nostra memoria.
Pretendere che ogni nuova Oscar restituisca le medesime emozioni significa chiedere a un'opera diversa qualcosa che, per sua natura, non può offrire.
L'anime non deve essere sostituito. E non ha bisogno di essere replicato.
Oscar non è mai appartenuta a una sola forma
Prima ancora dell'anime, Oscar viveva sulle pagine del manga di Riyoko Ikeda, pubblicato a partire dal 1972. Poi sono arrivati gli spettacoli del teatro Takarazuka, le trasposizioni cinematografiche, le nuove produzioni animate.
Ogni linguaggio ha costruito una propria immagine del personaggio. Non tutte le interpretazioni hanno avuto la stessa efficacia, naturalmente, ma ciascuna testimonia qualcosa di importante: Oscar continua a suscitare il desiderio di raccontarla.
Ed è proprio questo, a mio giudizio, uno dei segni più evidenti della sua grandezza.
Un personaggio che rimane confinato nella propria opera originaria può continuare a essere amato. Un personaggio che attraversa i decenni e viene continuamente reinterpretato, invece, dimostra di possedere qualcosa capace di parlare a epoche e sensibilità differenti.
Oscar appartiene a questa seconda categoria.
Non è soltanto una figura della memoria collettiva. È una presenza ancora viva nell'immaginario contemporaneo.
Che cosa rimane quando cambiano le immagini?
Dalle anticipazioni dello spettacolo emerge una proposta lontana dalla ricostruzione tradizionale delle vicende di Versailles no Bara.
Oscar si risveglia ferita, apparentemente senza memoria, e tenta di ricomporre la propria esistenza attraverso gli incontri con le figure che l'hanno segnata. Amore, lealtà, identità e giustizia diventano i temi di un percorso teatrale che sembra affidarsi al linguaggio del sogno, della memoria e della ricerca di sé.
È una scelta interessante, almeno nelle intenzioni, perché tocca alcuni dei conflitti più profondi del personaggio.
Oscar è una donna cresciuta per ricoprire un ruolo maschile in una società rigidamente gerarchica. È una nobile che arriva a mettere in discussione i privilegi del proprio ceto, un soldato educato all'obbedienza che deve imparare a scegliere, una persona capace di straordinario coraggio e insieme vulnerabile, contraddittoria, attraversata da desideri e paure.
La sua grandezza non consiste nell'essere invincibile. Consiste nella capacità di interrogare sé stessa, di riconoscere i propri errori e, quando necessario, di cambiare strada.
Sono questi gli elementi che considero essenziali.
Perché Oscar può cambiare abito, volto, età, ambientazione scenica. Può impugnare un arco anziché una spada. Può persino raccontare la propria vita attraverso un linguaggio distante da quello al quale siamo abituati.
Ma se perdiamo il suo conflitto interiore, la sua ricerca della libertà, la sua umanità, allora rischiamo di perdere Oscar stessa.
Accogliere il nuovo non significa rinunciare al giudizio
Non credo che si debba applaudire ogni reinterpretazione soltanto perché mantiene viva l'attenzione su un personaggio amato.
Un'opera può essere coraggiosa nelle intenzioni e poco convincente nei risultati. Può proporre una lettura originale ma non riuscire a darle sufficiente profondità. Oppure può sorprendere proprio perché osa allontanarsi da ciò che ci aspettavamo.
Il confronto critico è necessario, purché non si trasformi in una condanna pronunciata prima ancora di aver ascoltato ciò che un'opera desidera raccontare.
È legittimo uscire dal teatro delusi. È legittimo non riconoscere la propria Oscar in quella rappresentata sul palcoscenico. Ma è altrettanto importante distinguere tra una scelta artistica che non condividiamo e un'interpretazione priva di valore.
Non tutte le nuove letture devono piacerci. E non tutte sono necessariamente destinate a diventare memorabili.
Ma senza nuove letture Oscar rischierebbe di essere consegnata soltanto alla nostalgia.
E sarebbe un peccato per un personaggio che, più di molti altri, ci ha insegnato il valore del cambiamento.
L'anima di Oscar
Forse è proprio qui che si trova la questione fondamentale. Da decenni Oscar continua a conquistare lettori e spettatori che appartengono a generazioni differenti. Cambiano i linguaggi, le sensibilità, le domande che le rivolgiamo. Eppure, qualcosa continua a raggiungerci.
Non è soltanto la sua bellezza, il fascino dell'uniforme o la dimensione romantica della sua storia. È la sua straordinaria umanità. Oscar conosce la solitudine, il dubbio, il dolore di amare, la difficoltà di essere fedele a sé stessa quando tutto ciò che la circonda pretende di decidere al suo posto. Sbaglia, soffre, comprende e ricomincia. Non nasce libera: conquista progressivamente la propria libertà.
È questo che la rende vicina a noi.
Ed è questo che vorrei ritrovare anche sul palcoscenico.
Domani entrerò al Teatro Strehler con curiosità, ma senza pretendere di rivedere l'anime della mia memoria. Quello continuerà a esistere, intatto nella sua unicità, indipendentemente dal giudizio che darò allo spettacolo.
Vorrei invece lasciarmi raccontare un'altra Oscar, cercando di capire che cosa i suoi nuovi interpreti abbiano riconosciuto in lei e quale significato desiderino consegnare al pubblico di oggi. Forse ne uscirò entusiasta. Forse perplessa. Forse con molte osservazioni critiche.
Ma considero già significativo che, nel 2026, Oscar continui a salire su un palcoscenico e a interrogare il nostro presente.
Non chiedo alla nuova Oscar di essere identica a quella che ho amato. Le chiedo di conservare, sotto una veste diversa, l'anima che me l'ha fatta amare.
E se quell'anima è ancora capace di emozionarci, allora Oscar non avrà soltanto attraversato il tempo.
Avrà dimostrato, ancora una volta, di appartenere anche al nostro presente.

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