L'ikigai del Generale Jarjayes

Ovvero: perché un padre può amare una figlia e non vederla mai.

             


C'è una parola giapponese che significa ragione di vivere. Scopo. Ciò per cui ci si alza ogni mattina. L'ikigai del generale Jarjayes non ha niente a che fare con la felicità. È qualcosa di più duro, più antico, più spietato.

Al centro della sua esistenza C'è il casato. C'è ciò che Oscar deve diventare.

I quattro pilastri

Il carattere del Generale si costruisce su quattro concetti della cultura giapponese.  Sono valori che lo identificano, che gli danno scopo. Sono il suo ikigai. Egli stesso li ha ereditati, insieme al titolo, alle terre. Li vive, gli pulsano nelle vene insieme la sangue. 

Ciò che egli è e ciò che deve essere coincidono perfettamente — e in questa coincidenza sta tutta la sua forza, e tutta la sua tragedia. 

Ie · Il casato
 La famiglia come stirpe, nome, sangue. Jarjayes non vive per sé. Vive per perpetuare qualcosa che esisteva prima di lui e dovrà esistere dopo.
義理
Giri · Il dovere
Il Generale sacrifica la felicità di Oscar perché ritiene — sinceramente — che il dovere venga prima dell'umano. E' pronto a ucciderla qualora tradisse questo valore.
名誉
Meiyo · L'onore
Ogni esitazione è vergogna. Ogni sentimento è debolezza. L'onore diventa una corazza che impedisce al padre di vedere la figlia.
忠誠
Chūsei · La fedeltà
Servire il re non è una funzione politica. È una religione. La Corona è il centro immobile del suo universo — e tutto il resto orbita intorno.

Quattro concetti. Nessuno di essi prevede spazio per Oscar-bambina. Per Oscar-persona. Per Oscar che piange, che ama, che sceglie.

Figlia negata, figlio preteso

Quando nasce l'ultima figlia — ancora una femmina — il Generale non piange di gioia. Sente il peso di qualcosa che si rompe. L'ordine naturale del lignaggio. La continuità del nome. La possibilità di avere un erede come si deve.

E allora fa la cosa più folle e più umana che si possa fare: inventa ciò che non ha. 

La chiama Oscar. La alleva come il figlio che non ha avuto. 

Il suo è orgoglio ferito. È  panico. È un uomo che non sa concepire un mondo in cui il casato Jarjayes muoia con lui. E allora piega la realtà finché non assomiglia a ciò che vuole vedere.

L'ikigai del generale Jarjayes non è la ricerca della felicità. È il sacrificio di ogni felicità in nome del dovere.

                                              


La forma di un amore impossibile

La cosa più perturbante non è che il generale Jarjayes non ami Oscar. È che la ama. Profondamente, a modo suo. Ma non riesce — non sa — vedere la differenza tra amare una persona e usarla come strumento del proprio progetto.

Per lui Oscar è il capolavoro della sua vita. Ne va fiero. Delle sue capacità, di come usa la spada, la pistola, cavalca; è stato il suo maestro, sa ciò che vale. Sa che il valore di Oscar come erede è anche sostanza, non solo apparenza nella declinazione maschile.

 La prova che il dovere trionfa sull'umano. Che la volontà può plasmare la realtà.

Ma Oscar è  anche la sua colpa più grande.

Perché Oscar alla fine è una figlia. Ed è proprio questo che il Generale non riesce mai del tutto a cancellare, ad accettare. Salvo quando è troppo tardi.

Perché ci interessa ancora

Potremmo liquidarlo come il classico padre padrone. Sarebbe comodo. Sarebbe sbagliato.

Jarjayes è qualcosa di più sottile: è un uomo intero, coerente, convinto. Non ha dubbi perché il sistema in cui crede non prevede spazio per i dubbi. È il prodotto perfetto di una cultura aristocratica che mette il nome prima della persona, il dovere prima dell'amore, l'onore prima della vita.

Il tragico non è che sia un mostro. Il tragico è che sia un uomo onesto. Un uomo che ha fatto esattamente quello che credeva fosse giusto fare.

E che per questo ha trasformato sua figlia in qualcosa di magnifico e di spezzato insieme.


                                      


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