5 MAGGIO - UNA GRANDE SPERANZA PER LA FRANICA




Eccoli.

Finalmente eccoli tutti, riuniti sotto lo stesso tetto.

Il Clero con le sue vesti che profumano di incenso e privilegio. La Nobiltà — la mia gente — impettita, diffidente, convinta di poter ancora dettare i tempi. E poi loro, il Terzo Stato. Così tanti. Così fieri. Così consapevoli. 

Non li avevo mai visti così da vicino.

Quanti anni sono passati dall'ultima volta che gli Stati Generali furono convocati? Centosettantacinque anni. Quasi due secoli di silenzio istituzionale, di Francia governata per decreto, per grazia divina, per abitudine.

E adesso siamo qui.

Dovrei sentire orgoglio, lo so. Questa è — potrebbe essere — la più grande occasione che la Francia abbia mai avuto. Un regno intero che si ferma e dice: parliamoci. Il Re che apre le porte. I rappresentanti del popolo che entrano.

È straordinario. Storicamente, filosoficamente, è straordinario.

Voltaire era morto da undici anni. Rousseau anche. Nemmeno sei settimane li aveva separati, nell'estate del 1778 — come se l'uno non avesse voluto restare senza l'altro. Non fecero in tempo a vedere questo giorno. Ma le loro parole erano lì, in quella sala, nelle tasche di quegli avvocati, in quelle teste piene di Encyclopédie e Contratto Sociale. Avevano seminato senza vedere il raccolto. E il raccolto, oggi, era davanti ai miei occhi.




Eppure.

Eppure qualcosa mi stringe lo stomaco.

Guardo il Re — lì, sul trono, circondato dall'oro di Versailles — e mi chiedo: lo capisce davvero, quello che sta succedendo?

Luigi è un uomo buono. Lo so. È onesto, è pio, vuole il bene della Francia a modo suo. Ma è un uomo cresciuto in un palazzo costruito apposta per non vedere il mondo. 

Riuscirà a sentire quello che c'è nell'aria oggi?

Perché nell'aria oggi non c'è solo la polvere dei parrucchieri e il profumo delle candele. C'è qualcosa di nuovo. Qualcosa di antico e nuovo insieme — la fame, la rabbia, ma anche una dignità che non sapevo che il Terzo Stato possedesse così chiaramente.

Guardo i loro volti.

Avvocati, commercianti, medici, qualche contadino. Uomini che hanno letto Montesquieu di nascosto, che hanno copiato a mano le pagine dell'Encyclopédie. Che sono arrivati qui con i Cahiers de Doléances — i quaderni delle lamentele — pieni di una Francia che soffre nei dettagli: le tasse, il pane, i pedaggi, i signori, il freddo.

Hanno scritto tutto. Hanno scritto tutto.

E noi — io, la mia classe — abbiamo passato anni a convincerci che non sapessero farlo.

La grande occasione.

Sì, è una grande occasione. Forse l'ultima.

Ma la monarchia sa aprirsi al nuovo? Sa cedere qualcosa senza perdere tutto? Sa capire che riformare non è tradire — che ascoltare non è inginocchiarsi?

Ho i miei dubbi.

Ho i miei profondi dubbi.

Perché intorno a me sento già i sussurri dei miei pari: "non cederemo sul voto per testa", "il Terzo Stato non può avere lo stesso peso della Nobiltà", "il Re riporterà l'ordine".

L'ordine.... Ma quale? Quello aristocratico di pretesa origine divina? O quello umano? Di nascita uguale per tutti?

Come se l'ordine fosse ancora possibile — come se quell'inverno, quella fame, quel pane raddoppiato di prezzo non avessero già cambiato qualcosa di irreversibile nell'anima del popolo francese.

Forse mi sbaglio.

Forse il Re troverà le parole giuste. Forse la saggezza prevarrà sull'orgoglio. Forse questa sala, oggi, è davvero l'inizio di qualcosa di grande e non la vigilia di qualcosa di terribile.

Forse.

Ma quando guardo quegli stendardi — Le Clergé, La Noblesse, Le Tiers État — appesi uno accanto all'altro come se fossero uguali, e so che non lo sono, e loro lo sanno, e noi lo sappiamo...

Mi chiedo chi, tra tutti noi, ha davvero il coraggio di fare il passo.

La Storia non aspetta i timorosi. Nè gli indecisi.

E la Francia, temo, non ha più tempo per chi esita. 

E io? Che cosa farò?




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