LE AVVENTURE DI LADY OSCAR 

Ed. Fabbri 1983



Avere oggi tra le mani i fascicoli del 1983 in stato quasi edicola significa tenere tra le dita un documento preciso di come l'editoria italiana degli anni Ottanta cercò di addomesticare il manga, trasformando uno dei grandi melodrammi storici del fumetto mondiale in un giornalino colorato a lieto fine.

Perché averlo? 

Perché è un pezzo di storia, perché ci racconta come un prodotto profondo e di qualità venne travisato, sminuito, infantilizzato. Era roba per bambini, tutto qui. No, invece. E il successo dell'anime lo aveva già dimostrato: la storia di Oscar e André non è roba da bambini. È drammatica, universale, travolgente, e per questo continua a essere amata ancora oggi.

Per fortuna l'équipe che si occupò dell'adattamento italiano dell'anime fece un lavoro egregio. Ed è proprio sulla scia dell'enorme successo di quella serie, andata in onda su Italia 1 a partire dal marzo 1982, che la Fabbri decise di portare in edicola il manga. Il problema è che l'approccio fu completamente diverso: là dove il doppiaggio aveva rispettato l'anima dell'opera, l'editoria la smontò pezzo per pezzo per renderla digeribile a un pubblico che, evidentemente, si riteneva non fosse pronto per la verità.

Sbagliato. È proprio la verità, il verismo di cui la storia è intrisa, ad aver conquistato il pubblico a prescindere dall'età. Sì, anche la morte dei protagonisti. Dura da digerire — lo ricordo bene. Ma necessaria per la loro consacrazione, per sentire il sapore amaro della vita, per capire che certe storie semplicemente non finiscono con un lieto fine (anche nella vita è così).

Restano perché fanno male, lasciano il segno. È quella ferita che le rende immortali.

L'inizio della storia

Dal 3 ottobre 1982 al 7 ottobre 1984, ogni settimana in edicola arrivava un fascicolo sottile di sedici pagine spillate, interamente colorato a mano, con il titolo Le avventure di Lady Oscar. In tutto 106 numeri, pubblicati dal Gruppo Editoriale Fabbri. Un'edizione che oggi è un pezzo di storia del collezionismo italiano — e anche uno dei casi editoriali più controversi che il fumetto per ragazzi abbia mai prodotto da noi.

Mirroring?!

Il manga di Riyoko Ikeda, Versailles no Bara, era arrivato in Italia sull'onda travolgente dell'anime, sbarcato su Italia 1 nel marzo 1982. La Fabbri lo agganciò subito, distribuendolo inizialmente come allegato omaggio alla rivista Candy Candy (poi ribattezzata Candyssima), adattandolo però in modo radicale per il suo pubblico di giovanissimi lettori. E qui cominciano le dolenti note.

Prima di tutto, le tavole vennero ribaltate (mirroirng) specularmente per adeguarle alla lettura occidentale da sinistra a destra. Risultato: tutti i personaggi diventarono mancini, le uniformi storiche risultarono invertite, e i dettagli degli ambienti persero la loro corrispondenza con la realtà storica. 

Poi arrivò la ricolorazione: il bianco e nero originale di Ikeda, con quel suo uso drammatico e inconfondibile dei retini, sparì completamente. Le tavole vennero dipinte a mano con acquerelli e tempere, e le copertine affidate a illustratori italiani come Giorgio Frigerio, per ottenere qualcosa di visivamente vicino ai fumetti europei dell'epoca.

I dialoghi non furono tradotti dal giapponese originale, ma riscritti a partire dal copione del doppiaggio italiano dell'anime, curato dalla C.I.T.A. I nomi vennero occidentalizzati, il registro si fece infantile, e andarono persi tutti quei livelli di significato legati ai pronomi e al lessico giapponese che nell'originale veicolavano sottilmente il tema dell'identità di genere di Oscar.

Ma il capitolo più clamoroso riguarda le censure e, soprattutto, il finale. Sparirono i nudi, le scene di violenza più crude, i riferimenti alla disperazione alcolica di André, le trame di potere sessuale a Versailles, la miseria di Parigi. La notte d'amore tra Oscar e André prima del 14 luglio venne sforbiciata sia nei disegni che nei dialoghi fino a renderla quasi irriconoscibile.

E poi c'è lui: il falso finale. Il manga originale si chiude in modo tragico e poetico, con la morte di Oscar e André e la ghigliottina che attende Maria Antonietta. Un epilogo che la Fabbri giudicò semplicemente inaccettabile per il suo pubblico. La soluzione fu tanto semplice quanto audace: inventarsi un finale alternativo. Le ultime pagine vennero rimontate, i dialoghi riscritti da zero, e Oscar e André si ritrovarono a dichiararsi amore eterno, con il lieto fine assicurato. La Bastiglia, i cannoni, la morte: cancellati.

Per leggere il vero finale di Ikeda bisognò aspettare dieci anni, fino all'edizione della Granata Press nel 1993, fedele, in bianco e nero, senza censure.

Vale la pena averlo? Secondo me, sì.

In fondo è una tappa della storia d'amore che ci lega all'anime, una di quelle tappe imperfette, un po' sgualcite, che però raccontano quanto Oscar e André siano entrati nelle nostre vite — anche quando qualcuno aveva deciso, per noi, che non eravamo pronti per la loro vera storia.

Voi ne avete? 

Li  volete collezionare?

つづく 

Alla prossima storia!

@msutekhi

Commenti

Post popolari in questo blog