ROSE OF VERSAILLES
Luccica ma non graffia
Là dove Dezaki metteva fango e sangue, MAPPA mette rose dorate.
Un anno fa, il 30 aprile 2025, Netflix Italia ha reso disponibile il nuovo lungometraggio Le Rose di Versailles, realizzato dallo studio MAPPA e nato con la benedizione di Riyoko Ikeda. È un film controverso — e io lo definirei, senza troppi giri di parole, manchevole.
Dietro il progetto un team creativo di tutto rispetto. Riyoko Ikeda ha voluto una squadra a guida femminile, perché
Le Rose di Versailles è da sempre una storia di emancipazione, coraggio e sacrificio al femminile, e voleva che a raccontarla fossero donne.
La regia è affidata ad Ai Yoshimura (My Teen Romantic Comedy SNAFU, Daily Lives of High School Boys); la sceneggiatura a Tomoko Konparu, che ha firmato titoli come Kimi ni Todoke, NANA e Ashita no Nadja — nomi che sanno di emozioni vere e storie di crescita. Il character design è di Mariko Oka (Hell Girl, First Love Monster). Le musiche portano la doppia firma di Hiroyuki Sawano (Attack on Titan, Gundam Unicorn) e Kohta Yamamoto (86: Eighty-Six), con la produzione animazioni ovviamente affidata a MAPPA.
Nomi di peso, curricula solidi — il che rende ancora più straniante il risultato finale, non per mancanza di talento, ma per i limiti oggettivi di un formato che non perdona.
Infatti il team ha dovuto fare di necessità virtù. Condensare tutta la storia in un unico film significa che l'accetta è calata spietatamente: tutto è stato accelerato, compresso, e alcuni momenti iconici sono stati amputati senza pietà (addio, strappo della camicia). Intere sottotrame e personaggi sono stati semplicemente ignorati — lo scandalo della collana, la Rivoluzione americana, il Cavaliere Nero, Rosalie, per citarne alcuni.
La storia è stata disidratata fino all'essenziale per raccontare, con ritmo appunto sincopato, le due storie d'amore che conosciamo: Oscar e André, Maria Antonietta e Fersen. Ma anche queste, alla fine, non riescono a essere espresse come ci saremmo aspettati. Manca il tocco magico degli incontri all'alba tra Maria Antonietta e Fersen che Dezaki sapeva rendere indimenticabili — quella luce sospesa, quell'attesa trattenuta. Mancano gli sguardi tra Oscar e André, il dolore silenzioso di lui che la guarda tormentarsi per Fersen, quel peso che portava senza mai una parola di troppo. Sono proprio quelle sfumature a fare la differenza tra una storia d'amore raccontata e una vissuta.
Mancano battiti, attimi, sobbalzi dell'anima e i graffi al cuore...
Il tutto è vestito con abiti visivi molto barocchi e rococò. Alcune cuciture narrative sono affidate a brani cantati — un minuto di canzone il cui testo fa da collante e didascalia. Efficace? A tratti. Stucchevole? Anche.
Una delle scelte narrative che mi ha convinta meno è stata quella del ballo di Oscar vestita da donna. In questa versione, lei lo fa sapendo benissimo che Fersen è innamorato di Maria Antonietta — lui gliel'ha confessato poche ore prima, chiarendo che non intende sposare nessuna, perché la regina è l'unica donna che ama e amerà. In questo contesto narrativo, quello di Oscar diventa un suicidio romantico — una scelta che stona, che non viene preparata, che cade nel vuoto. Se non conosci veramente bene la storia non capisci cosa stia accadendo né perché.Nell'anime, al contrario, il gesto di Oscar è il frutto di anni di attesa e tormento. Fersen è stato lontano sette anni, impegnato nella Rivoluzione Americana, e quando finalmente Oscar sente dalle sue stesse labbra che non ama più Maria Antonietta... qualcosa si spezza. O forse, finalmente, si libera. Raccoglie il coraggio a quattro mani e fa l'impensabile. Indossa un abito da sera. Per ballare con lui. Una volta sola. È un gesto che nell'anime arriva dopo anni di costruzione emotiva, e proprio per questo ti travolge. Qui, nel film MAPPA, quella costruzione non c'è — e il gesto perde tutto il suo peso specifico.
Poi manca l'addio tra Fersen e Oscar. Sincero, pieno di rammarico e sofferenza da entrambe le parti. Un addio che costa. Ed è proprio da quella separazione che Oscar decide di lasciare la Guardia Reale — una scelta che innesca tutto ciò che viene dopo: il confronto furioso con André, lo strappo della camicia, il momento forse più intenso e crudo dell'intera storia tra i due. Una catena di causa ed effetto che nel film MAPPA viene spezzata, e con essa buona parte del senso emotivo di quegli eventi.
Il problema più grande, però, resta uno solo: manca il pathos. Manca la maturazione graduale. I protagonisti del film MAPPA, tutto sommato, non si trasformano più di tanto. I volti di Dezaki invece cambiavano eccome — diventavano affilati, provati dallo scorrere del tempo e dalla consapevolezza amara di chi stava vivendo davvero qualcosa. Qui tutto rimane su una giostra di colori sgargianti, bellissimi, ma in qualche modo distanti.
E vogliamo parlare della mancata crescita esponenziale delle bellezza di André?
Detto questo, ieri 30 aprile 2026 l'ho rivisto. Masochismo? Un pochino.
Comunque, la forza di questa storia mi arriva anche in questa veste e il finale mi emoziona e commuove. Sempre.
Lo ripeto, non lo metto sullo stesso piano dell'anime. Voglio vederlo per quello che è.
E allora cosa mi piace? L'aspetto visivo, innanzitutto. E' sicuramente bello da guardare. Certe scelte stilistiche e grafiche, come quando i quattro protagonisti ruotano tra rose e colori in crescendo, hanno un effetto davvero notevole. Apprezzo lo sforzo sovrumano di dare corpo a una storia potente ma difficilissima da condensare. Mi piacciono gli istanti inediti, come la scena davanti alla fontana nel luglio del 1789, con Oscar che si appoggia alla spalla di André. Mi piace la loro notte d'amore — anche se preferisco quella dell'anime. E soprattutto mi piace l'amore per quest'opera che traspare in ogni fotogramma. Sono certa che chi l'ha realizzato sia pienamente consapevole delle mancanze, ma non poteva fare altrimenti.
Va detto una cosa, e teniamola a mente, questo film è un tributo al manga. Non all'anime. L'anime, in Giappone, non è poi così amato — e Riyoko Ikeda ha sempre preso le distanze da quella versione animata che, pur essendo eccellente, sentiva e vive tuttora come uno stravolgimento della sua opera originale.
Ho letto il manga, più volte. Ho visto l'anime, più volte. E onestamente ritengo che l'anime sia qualcosa di raramente così riuscito, per maturità, realismo, disegni, dialoghi. Il termine capolavoro si usa spesso con troppa leggerezza ed entusiasmo, ma per Lady Oscar è doveroso — perché, a parte qualche sbavatura, è davvero encomiabile.
Capisco Riyoko Ikeda. Voleva un film più fedele al suo manga. Legittimo. Il problema è che nemmeno il film MAPPA ci è riuscito del tutto. Non ha lo stesso respiro storico — per il quale lei aveva dimostrato attenzione e precisione — e non ha né la parabola di crescita dei personaggi né quella emotiva. È un'opera riuscita solo in parte, e possiamo dirlo senza cattiveria.
L'anime del 1979 ha la potenza dei narratori naturalisti francesi: la volontà di raccontare le cose come stanno, compresa la vita miserrima dei poveri, senza edulcorazioni — sporcizia, fame, disperazione (nei limiti di un anime, ovviamente). Vuole denunciare e vuole dare una speranza, quella del cambiamento. Oscar e André, titani dell'amore tragico, riempiono la scena, e i loro dialoghi nelle ultime puntate sono indimenticabili — immensi per intensità.
Il film MAPPA è un'opera barocca e rococò — ridondante nel senso più nobile del termine, carica di ornamento, di colore, di superficie levigata e sfavillante. È un gioiello da guardare più che una storia da vivere.
Là dove l'anime scavava, questo film decora. Là dove Dezaki lasciava un silenzio pesante come piombo, MAPPA riempie con una rosa, un riflesso dorato, un abito che ondeggia. È un'estetica che seduce e in parte funziona — ma che a tratti tradisce
la natura profondamente umana, spigolosa e dolente di questa storia. Le Rose di Versailles non è mai stata una storia da fiaba. È sempre stata una storia vera. E la verità, si sa, non ha bisogno di dorature.
Potevano risparmiarci tutto questo? A essere cattivi, sì. Ma questo film ha un pregio che non va sottovalutato, fa parlare di Oscar.
Non avremo mai più un capolavoro come l'anime — e in fondo non ne abbiamo bisogno, perché quello già esiste, e per noi fan italiani è davvero inarrivabile, anche grazie a un doppiaggio che è storia.
Quindi no, non li metto davvero a confronto.
Raccolgo il buono che questo film offre e spero che la voglia di fare altro nell'universo delle Rose di Versailles non si fermi qui.
E voi, cosa ne pensate?




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