IL SEGRETO DEI DOPPIATORI


Quante volte vi è capitato di chiudere gli occhi 
e riconoscere un volto, un’emozione, un intero mondo, dopo una sola sillaba? 
A me succede spesso, specialmente con le voci di Lady Oscar


Ma da dove nasce questa straordinaria capacità di dare un’anima a un personaggio di finzione usando esclusivamente la propria voce?



La risposta non è scontata. Non si tratta semplicemente di avere una "bella voce". È, piuttosto, un'alchimia perfetta. Se volessimo sintetizzare gli elementi di questa formula magica dovremmo dire: il timbro, la dizione e la recitazione

Sapientemente miscelati — e moltiplicati per tanto, tanto, tanto impegno — possono portare a risultati straordinari. Come quelli che, ogni giorno, continuano a risuonare nelle orecchie di chi è cresciuto ascoltando i doppiatori di Lady Oscar.

Vediamo insieme gli ingredienti della "pozione magica" del doppiaggio.

Il dono.

Ogni voce umana ha un'impronta digitale. Si chiama timbro — e non è altro che il colore sonoro unico che dipende dalla conformazione anatomica di ciascuno di noi: la laringe, la cassa toracica, le cavità di risonanza del cranio, persino la forma del palato. È la ragione per cui riconosciamo una persona al telefono dopo una sola sillaba, o per cui certe voci ci fanno venire la pelle d'oca senza che abbiano ancora detto niente di significativo.

Nel mondo del doppiaggio, questo timbro è quello che potremmo chiamare il dono di Madre Natura. È il punto di partenza, il capitale iniziale. Un timbro caldo, rotondo, autorevole o particolarmente evocativo è un vantaggio enorme — e non si studia, non si costruisce dal niente. O ce l'hai, o non ce l'hai.

È per questo che i grandi doppiatori vengono spesso scoperti quasi per caso: qualcuno li sente parlare in una stanza, in un corridoio, e pensa — quella voce deve stare dentro un microfono

Ma il timbro da solo non basta. 

Avere una voce bella non significa saper doppiare. Anzi, spesso chi nasce con una voce straordinaria è convinto di avere già tutto, e si brucia proprio su questo. Il doppiaggio è una disciplina tecnica e artistica di precisione millimetrica. Richiede anni di lavoro su tre fronti distinti, che devono poi fondersi in un unico gesto naturale e invisibile. 

La dizione

La dizione italiana è una scienza. Non basta parlare "senza accento" (e già questo richiede un lavoro serio per chi viene da zone con cadenze regionali forti). Si tratta di conoscere le regole dell'italiano standard — le doppie, le aperte e le chiuse, la corretta articolazione delle consonanti — e poi di applicarle davanti a un microfono, dove ogni imprecisione viene amplificata e consegnata all'eternità.

Il microfono è spietato. Sente tutto. La lingua che sfiora i denti in modo sbagliato, la "r" leggermente arretrata, la "s" che sibila un millimetro troppo. I doppiatori professionisti lavorano per anni sulla loro dizione, spesso con maestri di fonetica, fino a quando la correttezza diventa automatica — uno sfondo inconscio su cui poi costruire tutto il resto. 

 il sinc (o l'arte di abitare la bocca di qualcun altro)

Questa è la parte che distingue più nettamente il doppiaggio da qualsiasi altro mestiere vocale. Il doppiatore non è libero. È vincolato.

Deve far coincidere le proprie parole italiane con i movimenti labiali di un attore straniero che ha pronunciato parole in un'altra lingua, con un altro ritmo, un'altra musica. Deve entrare e uscire dalle battute in modo preciso, rispettare le pause, le accelerazioni, i silenzi. E deve farlo mentre legge da un foglio, guarda lo schermo, ascolta in cuffia e recita — tutto simultaneamente.

Questa sincronizzazione — chiamata appunto sinc nel gergo del settore — si allena. All'inizio sembra impossibile. Col tempo diventa istintiva. Ma non smette mai di richiedere concentrazione.

La recitazione

Ed è qui che il cerchio si chiude — ed è qui che molti si perdono.

Il doppiatore deve essere, prima di tutto, un attore. Deve capire il personaggio che sta doppiando, entrare nella sua psicologia, abitare le sue emozioni — e poi restituirle attraverso la voce sola, senza il corpo, senza il volto, senza il gesto.

È un paradosso bellissimo: il doppiatore recita dentro qualcun altro. Deve essere abbastanza bravo da scomparire, da non far sentire la propria presenza, ma abbastanza sensibile da portare verità emotiva in ogni battuta. Quando funziona, lo spettatore non si accorge di nulla. E questo invisibilità totale è la forma più alta del successo.

La formula, alla fine

Un grande doppiatore è quindi qualcuno che ha avuto la fortuna di nascere con un timbro che "funziona" — che ha un carattere, una riconoscibilità, una qualità sonora che il microfono ama. E che poi ha avuto la disciplina, la pazienza e la passione di costruire sopra quel dono uno strato su strato di tecnica: la dizione, il sinc, la recitazione.

Ecco allora svelato il segreto dei doppiatori. La capacità quasi magica di sparire dietro un microfono per lasciare che a parlare sia solo l’emozione. Per noi che siamo cresciuti ascoltando quelle voci  quel segreto è diventato un tesoro custodito nella memoria.

Perché alla fine, la tecnica si impara e il timbro si eredita, ma l’anima che Cinzia De Carolis e i suoi colleghi hanno saputo infondere in Lady Oscar è un dono CHE SI RIPETE AD OGNI ASCOLTO.



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