DOLCEAMARA ROSALIE!
Perché Rosalie è, nel profondo, un personaggio squisitamente romantico. Non nel senso zuccheroso del termine, ma in quello letterario, ottocentesco: è un'anima che resta in piedi innanzi al fato, anche quando questo la percuote con crudeltà. La sua grazia, così spesso scambiata per fragilità, non è che il velo di una nobiltà d'animo indomita, di un'innata e disperata voglia di giustizia.
Nella complessa trama tessuta dalla sensei Ikeda, Rosalie non è un semplice contrappunto, una figura di supporto. È un cardine, un personaggio cruciale e profondamente complesso, l'incarnazione stessa delle tensioni che lacerano la narrazione. La sua è una maturazione forgiata nel fuoco di esperienze drammatiche, un lento risveglio di una coscienza sociale e politica che affonda le radici nel dolore.
[la vera Rosalie: il persoanggio della finzione non nasce dal nulla, ma è ispirata (almeno nel nome e nel suo ruolo finale) a un personaggio storico reale: Rosalie Lamorlière (1768–1848). La vera Rosalie non era una nobile decaduta né un'aristocratica segreta, ma una semplice domestica (servante) che lavorava nella prigione della Conciergerie durante il Terrore. Il suo nome è entrato nella Storia perché fu lei ad assistere la regina Maria Antonietta durante i suoi ultimi, terribili 76 giorni di prigionia, fino alla mattina dell'esecuzione. Molti anni dopo, la figlia della regina, Marie-Thérèse (l'unica sopravvissuta, nota come Madame Royale), rintracciò Rosalie proprio per ascoltare da lei il racconto dettagliato degli ultimi giorni della madre e, grata per la sua gentilezza, le concesse una pensione.]
Facciamo un passo indietro, nella Parigi dei poveri.
È lì che la sua storia comincia, in un quartiere misero, accanto alla madre Nicole e alla sorella maggiore, Jeanne. La loro è una vita di fatica, di stenti, di lavoro incessante. Una vita "amara", mitigata solo in parte dal "dolce" e sincero affetto che la madre nutre per le sue figlie.
Diciamo "in parte", sì, perché la mano dell'autrice agisce come un destino infausto. Con spietata precisione, l'Ikeda dirige gli eventi: Nicole si ammala. Rosalie, la figlia devota, l'accudisce con amorevole tenacia, ma le sue cure sono un argine fragile contro la marea montante della Storia. La Francia è strozzata dai debiti, piegata dalla mala amministrazione, e in questa crisi profonda non c'è spazio per la medicina di una povera donna. La tragedia è inevitabile.
E Rosalie ne fa parte. Il suo primo incontro con Oscar è un sigillo su questa verità, un'immagine emblematica di disperazione. Credendola un uomo, nel buio di una strada parigina, tenta di offrirsi a lei in cambio di denaro. Denaro per le medicine della madre.
Ma la risposta che riceve non è quella del mondo che si aspetta.
È la compassione di Oscar: una moneta d'oro donata senza nulla pretendere, un gesto che stabilisce all'istante la loro dinamica. La protettrice e la protetta.
Poi, il destino infierisce. La sorella Jeanne abbandona eli e la madre. Il loro rapporto sembrava buono, nutrito dalla miseria condivisa, ma i loro sogni erano fatti di materia diversa. Jeanne, l'incarnazione di Jeanne de la Motte, non sopporta la vita che le è toccata. Ha la stessa età di Oscar, ma dove una cerca l'onore, l'altra cerca il potere. È pronta a tutto per realizzare il suo sogno di ricchezza, e per questo giocherà il tutto per tutto, spezzando quel legame. Ma della sua ascesa e caduta, legata allo scandalo della collana, parleremo a tempo debito.La piccola Rosalie, rimasta sola, viene travolta dagli eventi. Il destino, con la sua solita crudeltà, spinge la carrozza della Contessa Polignac a travolgere Nicole. Orfana, Rosalie ha un solo pensiero: vendetta.
E questa vendetta la porta da Oscar.
Accecata dal lutto, Rosalie tenta di assassinare la Polignac, ma scambia la carrozza finendo per aggredire la madre di Oscar. È un atto sconsiderato, folle, ma è il suo primo atto di ribellione. E Oscar, vedendo quella disperazione, invece di punirla, la accoglie. La accoglie a Palazzo Jarjayes, segnando il punto di svolta.
È attraverso gli occhi di Rosalie che anche noi esploriamo quel mondo. Ci intrufoliamo nel palazzo, facciamo lezione con Oscar: letteratura, storia, e poi danza, conversazione, buone maniere e scherma.
Ah, quanto mi sarebbe paiciuto latino studiando insieme a Oscar! (ndA)
Poi un giorno, casualmetne a corte Rosalie riconosce l'assassina di sua madre. E qui, l'ironia tragica della sua vita si compie: la donna che odia più al mondo, la Duchessa de Polignac, è anche la sua madre biologica.
L'Ikeda, con questa mossa, eleva Rosalie da osservatrice passiva a incarnazione vivente della critica sociale. Crea un potente conflitto tra "natura e cultura".
Rosalie, cresciuta nella povertà, incarna la lealtà e la bontà del popolo. La Polignac, la decadenza morale della nobiltà. La bontà di Rosalie esiste nonostante il suo sangue, non grazie ad esso.
L'intreccio si complica con la comparsa della sorellastra, la giovane Charlotte de Polignac. Il loro breve, tragico rapporto, che culmina nel suicidio di Charlotte per sfuggire a un matrimonio combinato, non fa che evidenziare la crudeltà di quel mondo e approfondire il tormento di Rosalie
Intanto, come emerge chiaramente nel manga e nell'anime, Rosalie si innamora di Oscar.
In questo, Rosalie diventa lo specchio di ogni lettrice. È esattamente ciò che accadde alle giovani giapponesi che, per un anno e otto mesi, seguirono Versailles no Bara con trepidazione.
Videro Oscar, la bella, coraggiosa e malinconica eroina; la videro finalmente felice tra le braccia di André, e un attimo dopo, la videro morire ai piedi della Bastiglia.
Si dice che l'onda d'urto di quel capitolo fu tale da paralizzare intere classi. Un'isteria generale, sì, ma nata da un sentimento preciso, che portò persino alcune scuole giapponesi alla chiusura. "Tutte erano innamorate di Oscar" non significava un'ondata di desiderio romantico. Significava, piuttosto, una fusione empatica. Era quella tendenza, così femminile, a non guardare un personaggio dall'esterno, ma a viverlo dall'interno, in una simbiosi emotiva che rese la sua morte un lutto intimo e devastante.
[Eh, sì. Le giovani lettrici vissero la sua morte come un vero lutto. In molte scuole le lezioni furono sospese: le studentesse erano così scosse e in lacrime da non riuscire a seguire. Intanto l’editore Shūeisha venne travolto da un fiume di lettere: si chiedeva di riportare in vita Oscar – e André, caduto poco prima. La tristezza, però, lasciò spazio anche alla rabbia: si racconta che una fan, fuori di sé, spedì a Riyoko Ikeda persino una lettera con una lametta, accusandola di aver “ucciso” il personaggio più amato.]
[e aggiugniamo che al suo unico figlio darà il nome di François...]
Ecco, a Rosalie capita la stessa cosa. Il suo amore è devozione pura. È Rosalie, mentre balla stratta alla divisa di Oscar; è lei quando, con dolcezza, le pettina i lunghi capelli; quando resta sveglia tutta la notte per aspettare il suo ritorno, o quando piange tra le sue braccia, desiderando di non lasciarla mai.
Ma il Fato, ancora una volta, ha altri piani. Intreccia i suoi passi con quelli del Cavaliere Nero, Bernard Châtelet. Rosalie se ne innamora, lo sposa. Eppure, neanche questo la snatura. Senza rinnegare la sua vera identità popolana e di donna moderna, Rosalie non farà la "casalinga". Continuerà a lavorare, fedele a se stessa fino alla fine.
Rosalie: dalla vendetta alla Rivoluzione (La Bussola di Oscar)
Il tempo di Rosalie a Palazzo Jarjayes, quel nido dorato e al tempo stesso pieno di spifferi gelidi, non poteva durare per sempre. Quando lascia quella casa, si lascia alle spalle non solo la protezione di Oscar, ma anche l'ombra della sua infanzia. È un passo nel vuoto, ma il destino, che le ha già tolto tanto, ha in serbo per lei un incontro che cambierà tutto.
Lui è Bernard Châtelet.
Lo conosciamo come il giornalista rivoluzionario, l'intellettuale appassionato che un tempo indossava la maschera del "Cavaliere Nero". L'incontro con lui segna la vera, cruciale svolta nella vita di Rosalie.
Fino a quel momento, il suo mondo era stato mosso da un dolore privato, da un desiderio accecante di vendetta contro una singola persona: la Duchessa de Polignac. Bernard le apre gli occhi. Le insegna a guardare oltre il suo dramma personale, mostrandole che la sua tragedia non è un caso isolato, ma il sintomo di un male che sta divorando l'intera nazione.
Sposando Bernard, Rosalie non trova solo un compagno; trova una causa. Si allinea con la passione, l'ideologia e la lotta del popolo. La sua vendetta personale si dissolve e rinasce come coscienza politica.
E mentre la Rivoluzione divora i suoi stessi figli, mentre il Terrore falcia nobili e rivoluzionari senza distinzione, Rosalie e Bernard sono tra i pochissimi, tra i nostri personaggi principali, a sopravvivere.
La sua sopravvivenza non è un lieto fine casuale, non è una concessione dell'autrice. È una necessità narrativa. Rosalie deve sopravvivere, perché il suo ruolo finale è quello più sacro e più pesante: quello della testimone. Sarà lei a portare il peso della memoria, a raccontare la storia di chi non c'è più.
Se ci pensiamo, il viaggio di Rosalie è un'immersione totale in ogni strato della società francese. Inizia dal gradino più basso, dalla miseria più nera di Parigi. Attraversa i saloni dell'aristocrazia militare e le stanze dorate della corte reale, per poi trovare il suo posto nell'avanguardia intellettuale della Rivoluzione.
Attraverso i suoi occhi, noi spettatori sperimentiamo l'intero, vertiginoso spettro del divario di classe. Le sue tragedie sono il microcosmo delle ingiustizie dell'Ancien Régime.
Ed è qui che comprendiamo la sua funzione più profonda.
Oscar, nata nel privilegio assoluto, impara a conoscere la vera sofferenza del popolo proprio attraverso Rosalie. La sua presenza costante a palazzo è un promemoria vivente, che respira e piange, del mondo reale che esiste al di fuori dei cancelli dorati di Versailles. È la sua innocenza ferita, il suo racconto della fame, che influenza direttamente la decisione finale di Oscar di tradire la sua classe per schierarsi con il popolo.
Rosalie, quindi, è molto più di un personaggio secondario. È la bussola morale e sociale dell'intera narrazione. È il catalizzatore silenzioso che innesca il risveglio della coscienza di Oscar e, forse, anche della nostra.
"La mia brezza di primavera": il cuore di Rosalie e l'amore impossibile per Oscar
Di tutti i legami che Rosalie intreccia nella sua vita, nessuno è più profondo, complesso e formativo di quello con Oscar François de Jarjayes. È una relazione che sfugge a una definizione semplice. È mentorato? Certo. È una sorellanza? Anche. È un riflesso delle dinamiche di classe? Assolutamente.
Ma è, soprattutto, un amore potente e non corrisposto che, ancora oggi, fa discutere i fan.
La protettrice e la protetta
Tutto ha inizio nel momento di massima vulnerabilità per Rosalie, quando Oscar diventa la sua protettrice. Ma non si limita a offrirle un tetto; le offre una nuova vita. Diventa la sua mentore.
Le insegna le maniere di corte, come muoversi in quel mondo di pizzi e veleni. Le insegna l'autodifesa, come tenere in mano una spada. Ma, cosa più importante, le insegna un codice morale superiore. Oscar la distoglie dalla vendetta cieca, instillando in lei ideali di giustizia più alti.
È attraverso Rosalie che scopriamo un lato inedito di Oscar: una tenerezza materna, un istinto protettivo che la Comandante mostra raramente. "La mia brezza di primavera," la chiama. Un soprannome che racchiude tutto: Rosalie è la sua fonte di innocenza, un soffio di purezza in un mondo corrotto e stanco.
In Rosalie, però, quella devota ammirazione si trasforma rapidamente in qualcosa di più profondo. Un amore romantico, totalizzante e disperato.
L'autrice, Riyoko Ikeda, ce lo mostra come una cotta unilaterale, quasi un ammiccamento alle giovani lettrici che, proprio come Rosalie, idolatravano la figura androgina e carismatica di Oscar. Questo sentimento ci regala alcune delle scene più iconiche del manga e dell'anime. La più celebre? Rosalie, sola nella stanza di Oscar, che abbraccia in segreto la sua uniforme militare. È un simbolo potentissimo: non sta stringendo solo una giacca, sta cercando di afferrare l'essenza stessa di Oscar, il suo profumo, la sua forza, il suo desiderio di starle vicina.
[La lente YURI: questo termine giapponese, che letteralmente significa "giglio", definisce il genere di storie che esplorano l'intimità emotiva e l'amore romantico tra personaggi femminili. Rosalie non vive una relazione Yuri esplicita e corrisposta – la narrazione canonica è chiara – ma incarna alla perfezione questa corrente. È lei il veicolo di quel sentimento; è il suo sguardo adorante, la sua devozione che supera l'amicizia, il suo desiderio di vicinanza (simboleggiato magnificamente dall'abbraccio segreto all'uniforme di Oscar) a portare in scena un amore romantico tra donne. Rosalie, pur risolvendo la sua storia in un amore eterosessuale, funge da archetipo per questo sottotesto, offrendo una rappresentazione intensa e "sicura" di un affetto che, per le lettrici dell'epoca, era tanto rivoluzionario quanto quello politico.]
E qui, inevitabilmente, si apre il dibattito. Una parte significativa del fandom ha sempre letto questa relazione attraverso una lente queer. Fanfiction, discussioni e analisi hanno esplorato per decenni questo potenziale romantico, vedendo in Rosalie il primo, vero (seppur non riconosciuto) interesse amoroso di Oscar.
Questa interpretazione, ovviamente, si scontra con la narrazione canonica.
L'intento dell'autrice è chiaro: Oscar è una donna eterosessuale, i cui amori principali sono Fersen e, infine, André. È la classica, meravigliosa tensione tra l'intento del creatore e l'interpretazione del pubblico.
Ma c'è una verità più profonda. Quello tra Oscar e Rosalie può essere visto come un capolavoro di narrazione queer "sicura", tipica degli anni '70. Versailles no Bara nasce in un'epoca in cui le storie d'amore omosessuali non erano comuni negli shōjo manga. Esisteva però una forte tradizione di storie "Class S", che descrivevano amicizie romantiche, intensissime e cariche di emozione, tra ragazze.
L'amore di Rosalie per Oscar si inserisce perfettamente in questo filone. È emotivamente potente, sincero e romanticizzato.
Al tempo stesso, è narrativamente "sicuro" per tre motivi:
Non è corrisposto: Oscar la vede inequivocabilmente come una sorella minore, disinnescando la tensione romantica da parte sua.
È "giovanile": È incorniciato dalla giovane età di Rosalie, permettendo al pubblico mainstream di interpretarlo semplicemente come una cotta adolescenziale.
Si risolve: Entrambi i personaggi, alla fine, trovano la loro conclusione in relazioni eterosessuali (Rosalie con Bernard, Oscar con André), riaffermando le convenzioni sociali.
Rosalie diventa così un veicolo geniale per un'esplorazione sottotestuale della queerness: un sentimento incredibilmente potente e rivoluzionario per chi sa coglierlo, e quasi invisibile per chi non vuole (o non poteva) vederlo.
E lei ha dato voce ha emozini e desideri di tante lettrici e elttori perchè, diciamocelo, chi tra noi non ha gridato tra le lacrime con Rosalie in quel terrbile e fatale 14 luglio?
Il processo a Rosalie: l'accusa alla "Piagnona"
C'è poco da fare: per una parte ampia e molto rumorosa del fandom, Rosalie è il personaggio più detestato dell'opera. Se apri un qualsiasi forum di discussione, le accuse sono pesanti e quasi unanimi: è "insopportabile", "fastidiosa", "insulsa", "una buona a nulla".
Il capo d'imputazione principale? La sua incontenibile tendenza al pianto. Non è una ragazza, è "La fontana di Versailles", un personaggio lagnoso ed eccessivamente emotivo. Per molti, non è altro che un "accollo", un parassita che vive alle spalle della famiglia Jarjayes, un peso morto trascinato dagli eventi. C'è persino una teoria, umoristica ma sorprendentemente persistente, che la dipinge come una specie di "porta sfortuna": un elenco lungo e dettagliato di tutti i personaggi che, dopo averla incontrata, finiscono per morire o soffrire terribilmente.
La difesa: il cuore dolce e i nostri occhi
Eppure, nonostante questo fuoco incrociato, Rosalie ha una schiera di difensori altrettanto accaniti. Chi la ama, la vede per quello che l'autrice voleva che fosse: una "stereotipica brava ragazza", dolce, obbediente e timida. Il suo arrivo a Palazzo Jarjayes non è un peso, ma un soffio di "vitalità", un calore umano che scalda la rigida disciplina di quella casa.
I suoi difensori sostengono che il suo rapporto con Oscar e André sia semplicemente "dolce", e che la sua funzione sia palese: è stata progettata per essere i nostri occhi, un "personaggio POV (Point of View) per noi popolani". La sua sconfinata ammirazione per Oscar non è debolezza, è lo specchio fedele di ciò che ogni lettore provava. E le sue lacrime? Non sono lagne, ma la prova di un'immensa forza d'animo, l'unica reazione possibile per chi sopporta le sue tragedie e, alla fine, riesce persino a sopravvivere.
La sua evoluzione, da ragazzina terrorizzata a donna che trova il coraggio di affrontare la sua stessa madre, è un arco di trasformazione potente.
Allora, dov'è la verità? Perché questo personaggio è così polarizzante?
La risposta è semplice: la sua più grande forza narrativa è anche la causa della sua "colpa". La Ikeda l'ha creata deliberatamente per essere un "surrogato del pubblico". È una persona comune, ordinaria, catapultata in circostanze straordinarie. E proprio perché è "ordinaria", le mancano l'abilità con la spada, lo stoicismo e la grandezza eroica di Oscar.
In un'epopea drammatica, c'è chi agisce e chi reagisce. Oscar agisce. Rosalie, il più delle volte, reagisce.
In una storia piena di duelli, intrighi di corte e rivoluzioni, un personaggio così "reattivo" è inevitabilmente percepito da molti come passivo, debole, persino irritante se paragonato alla compostezza sovrumana della protagonista.
Rosalie è, in fondo, un perfetto test di tornasole. Rivela cosa cerchiamo in una storia: chi dà priorità all'azione eroica e alla determinazione, tende a criticarla. Chi, invece, apprezza il realismo emotivo e la forza della resilienza, tende a difenderla.


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